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  • giovedì 3 Ottobre 2013

Democrazia e disordini, in Turchia

Filippomaria Pontani racconta le velleità di Erdogan, gli scontri negli stadi di calcio, e come la "democratizzazione" implichi una perdita di laicità dello Stato

di Filippomaria Pontani

Domenica 22 settembre c’erano tre grandi derby in giro per l’Europa, quelli di Roma, Manchester e Istanbul. I primi due hanno attratto l’attenzione per via del risultato sul campo, mentre il match fra Besiktas e Galatasaray ha riservato sorprese d’altra natura: al termine di un’esibizione tecnicamente poco memorabile, decisa da alcune delle vecchie glorie che affollano le rive del Bosforo (vantaggio di Hugo Almeida, ex Porto e Werder, e rimonta con doppietta di Drogba), uno dei consueti fallacci di Felipe Melo ha suscitato le ire dei tifosi bianconeri, già mortificati per lo svantaggio che paventavano irreversibile: di qui una massiccia invasione di campo, in pieno tempo di recupero, con seggiolini divelti e preoccupanti scene di violenza. Non interessano qui i postumi sportivi, quali la vittoria a tavolino, le indagini della Federcalcio turca, la punizione esemplare inferta alla squadra ospitante, o la singolare cacciata del vincitore Terim dalla panchina del Galatasaray (forse dovuta alla disfatta maturata pochi giorni prima contro il Real Madrid, o a dissapori d’altro tipo con la società): più importa sapere che l’intero incidente ha avuto una sicura dimensione politica.

Secondo alcuni la tifoseria del Besiktas, altrimenti conosciuta per aver capeggiato parte delle rivolte estive di piazza Taksim contro il governo turco, e addirittura per un tentativo di assalto alla residenza del premier nel giugno scorso, avrebbe colto l’occasione per ribadire a una vasta platea (quel derby era in fondo la partita più attesa del campionato) la propria insubordinazione al potere; secondo altri, le violenze sarebbero state al contrario perpetrate a tradimento da infiltrati della polizia, desiderosa di avere un cospicuo pretesto per avviare potenti retate punitive contro gli oppositori. Comunque sia, il controllo delle curve, come mostra anche una recentissima operazione condotta contro i turbolenti supporters della terza squadra cittadina, il Fenerbahce, appare un elemento essenziale per stabilire l’autorità del governo centrale.

Così, quando arrivano le prime notizie del “piano di democratizzazione” varato lunedì 30 settembre da Recep Tayyip Erdogan, mi trovo nell’estremo sud-est della Turchia, ad Harran, dove quasi 1500 anni fa, sotto le arcate oggi dìrute di un’accademia fantasma, si traducevano testi astronomici e filosofici dal greco in siriaco, propiziando fra l’altro la tappa araba del lungo viaggio della sapienza antica nella cultura occidentale. Qui oggi, dinanzi al muto commento di un confine chiuso che corre a non più di venti chilometri, occheggiano sul bianco sterminato dei campi di cotone le tende dei fuggiaschi siriani, gli stessi che ti servono il tè nelle case del circondario, o che talora cercano la fortuna negli alberghi della vicina Urfa, o – sempre più spesso ormai, a distanza di mesi – nei sobborghi della più lontana Istanbul (quelli mirabilmente descritti dal film che ha vinto l’ultimo Tribeca, Before Snowfall del regista curdo Hisham Zaman). Se il confine che corre invalicabile non ha senso nella storia profonda dei luoghi (la temperatura, i tavolini, l’eredità seleucide, il melting-pot secolare tra Cristianesimo e Islam, e perfino i sornioni cammelli all’abbeveratoio, sono i medesimi che si ritrovano nella sottostante piana di Aleppo, per come me la ricordo quando il minareto della moschea era in piedi e nella piazza vendevano il succo di amarena), per contro il brulicare dei campi profughi denuncia da un lato le proporzioni della tragedia in corso, dall’altro il non-detto che copre certi aspetti di una guerra intricata, che ha deluso le spesso ingenue aspettative dell’Occidente.

Circa le proporzioni, viene spontaneo – per mera analogia – pensare ai profughi palestinesi ancor oggi sparsi all’ombra dei cedri su e giù per il Libano, decenni dopo la crisi che li produsse – una mina irrisolta sotto la fragilissima stabilità del Vieux Pays, da Tripoli dove saltano in aria le moschee a Tiro dove le truppe ONU hanno sempre meno il controllo della situazione: e se anche in Turchia queste persone dovessero restare per anni, alterando gli equilibri di zone già di per sé delicate? Quanto al non-detto, poi, emerge prepotente il problema dei danari: un piano d’accoglienza pensato in origine per 10-20mila persone si è trovato in breve volgere di tempo a gestirne 400mila, eppure da mesi le risorse ci sono, i campi non chiudono, i profughi vengono rimpatriati col contagocce, Ankara sembra pronta a pagare all’infinito. Con quali fondi, con quali bilanci, il popolo turco lo ignora: e non è forse impertinente la domanda del principale partito di opposizione (il kemalista CHP), che sospetta buste segrete rifornite di soldi oscuri, canali occulti di finanziamento statale non solo diretti ai poveri profughi spersi fra le piante di cotone, ma anche ad alcuni degli attori principali del conflitto oltreconfine, non necessariamente i più affidabili – per esser chiari, forse più i terroristi di Al-Qaeda che non i ribelli sempre più spaesati. Che questa sia l’accusa mossa a Erdogan non solo dall’opposizione interna ma anche dal governo di Assad, che è parte in causa, non cambia la plausibilità dello scenario: anche perché gli altri Paesi tacciati di cospirazione (Qatar, Arabia Saudita, Gran Bretagna e Francia) non confinano con la Siria in guerra. E caso mai ci fossero dubbi circa la posizione assunta dal governo turco in questa vicenda, basta passare la sera dinanzi alla grotta sacra dove secondo i Maomettani nacque Abramo, nel cuore di Edessa (o Urfa, o Sanliurfa, “Urfa la gloriosa” come l’ha ribattezzata il nazionalismo turco nel 1984), e vedere sciorinate su vasti cartelli al pubblico ludibrio le foto dei massacri chimici di Damasco, corredate di esortazioni a tutti i Musulmani (siamo alle porte di una moschea) a vendicare i tormenti inflitti dal dittatore Assad al suo popolo.

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