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  • giovedì 5 settembre 2013

Un dilemma per l’Occidente

Il New York Times ha messo in prima pagina una foto molto cruda, per parlare della violenza di alcuni gruppi ribelli siriani

Giovedì 5 settembre il New York Times ha pubblicato una foto a cinque colonne in prima pagina con la didascalia: “Un video ha mostrato combattenti ribelli siriani in piedi vicino a soldati catturati, mentre un comandante, sulla destra, recita una breve poesia appena prima che ai soldati venga sparato in testa”.

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L’articolo che accompagna la foto si intitola Brutality of Syrian Rebels Posing Dilemma in West (“La brutalità dei ribelli siriani pone un dilemma all’Occidente”) ed è firmato da C. J. Chivers, un esperto giornalista del NYTimes corrispondente a Mosca tra il 2004 e il 2008 e inviato nel conflitto israeliano-palestinese e in Asia centrale.

L’editoriale di Chivers raccoglie molte informazioni sul video da cui è stata tratta l’immagine, “portato fuori dalla Siria pochi giorni fa da un ex ribelle che è disgustato dalle uccisioni” – il video è online sul sito del New York Times, oscurato nei suoi momenti più drammatici – e prende le vicende che ci ruotano attorno ad esempio della complicata situazione siriana.

Il comandante nel video è conosciuto come “lo Zio”, ma il suo vero nome è Abdul Samad Issa, ha 37 anni e guida un gruppo di ribelli largamente autonomo formato da circa 300 persone. Prima della guerra civile era un commerciante e un allevatore, e ha fondato il gruppo pagando le armi di tasca sua. L’uomo che ha dato il video al New York Times – non nominato per motivi di sicurezza – dice che la sua motivazione è unicamente la vendetta per l’uccisione del padre durante il massacro governativo dei sostenitori dei Fratelli Musulmani a Hama, nel 1982, ordinato da Hafez al-Assad.

Nel video Issa dice, puntando la pistola alla testa di uno dei sette prigionieri: “Per cinquant’anni sono stati complici nella corruzione. Giuriamo al Signore del Trono, questa è la nostra promessa: ci vendicheremo”. Alla fine della recitazione, il comandante e poi gli altri uomini armati sparano ai soldati prigionieri. Secondo la ricostruzione del NYTimes, Issa è animato da un odio feroce nei confronti della minoranza alawita, quella a cui appartiene Assad, e negli ultimi mesi ha gestito un campo di addestramento vicino al confine turco e si è rifornito di armi presso parenti e soci in affari. In un caso anche dal Consiglio Militare Supremo dell’Esercito Libero Siriano, sostenuto dall’Occidente: una prova, scrive Chivers, della situazione estremamente complessa e della difficoltà di fare distinzioni chiare tra i ribelli.

I soldati uccisi nel video erano stati catturati a un posto di blocco governativo nei pressi della città di Idlib e processati sommariamente dopo che sui loro cellulari erano stati trovati video di stupri e saccheggi ai danni dei civili. Il video è stato girato in aprile e, scrive Chivers, “si unisce a una crescente serie di prove di un ambiente sempre più sanguinario, popolato da bande di criminali, rapitori e assassini”.

Chivers prosegue dicendo che, negli oltre due anni della guerra civile, l’opposizione si è riunita intorno a una struttura di comando scarsamente gerarchica, sostenuta da “diverse nazioni arabe” e “in modo più limitato” dall’Occidente. Altri elementi dell’opposizione siriana, al di fuori di questa struttura, sono invece più vicini a movimenti estremisti come al-Qaida: il risultato è “un complesso panorama di guerriglia e criminalità” fuori dalle zone controllate dal governo.

Gli Stati Uniti stanno discutendo l’intervento militare in Siria – una commissione del Senato ha approvato ieri una prima risoluzione favorevole – ma nel paese le divisioni nell’opposizione rischiano di essere un problema gravissimo. Il segretario di Stato Kerry ha stimato gli estremisti fanatici nel 15-20 per cento delle forze ribelli (a loro volta stimate tra i 70 mila e i 100 mila combattenti) mentre il repubblicano John McCain, favorevole a un intervento militare persino più deciso di quello proposto da Obama, ha detto che sono la metà.

Secondo alcuni “analisti e diplomatici”, scrive Chivers, gli estremisti sembrano poco interessati a rovesciare Bashar al-Assad, quanto piuttosto a stabilire una zona sotto il loro controllo che vada dalle province occidentali irachene all’est desertico del territorio siriano. In alcune zone, come Aleppo, Idlib, Raqqa e nella città orientale di Deir al-Zour, gli islamisti hanno già una “presenza stabile”. L’articolo non prende posizione sulla necessità o meno dell’intervento militare in Siria, né si esprime sui modi con cui gli Stati Uniti potrebbero cercare di distinguere quali gruppi sostenere tra gli oppositori dell’attuale regime.