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  • venerdì 30 agosto 2013

Il voto obbligatorio in Australia

È obbligatorio: è così dal 1924, e sebbene i votanti siano sempre meno le possibilità che il sistema cambi sono poche

A partire dal 1924 in Australia è obbligatorio votare alle elezioni federali, cioè quelle che ogni tre anni al massimo eleggono i membri del Parlamento (si terranno il prossimo 7 settembre): l’obbligo di voto è una norma che esiste in 23 nazioni al mondo, fra cui Argentina, Belgio, Grecia, Lussemburgo e Uruguay (ma solo 10, tra cui l’Australia, la fanno rispettare). L’elettore australiano iscritto nei registri è tenuto a presentarsi al seggio nel giorno delle elezioni, oppure a contattare l’ufficio elettorale e accordarsi per votare nei giorni precedenti: nel caso non lo faccia, deve pagare una multa di 20 dollari australiani (circa 18 euro) e – potenzialmente – potrebbe ricevere una richiesta di presentarsi davanti a un giudice e ricevere anche una pena detentiva.

Non è l’unica anomalia del sistema elettorale australiano: ogni cittadino non può votare un unico partito, ma sulla scheda elettorale deve stilare una sorta di classifica di tutti quelli che si presentano alle elezioni – e per complicati calcoli di distribuzione dei seggi per un piccolo partito è molto più conveniente essere tra le prime posizioni di molti elettori piuttosto che essere al primo posto tra pochi.

Il voto obbligatorio alle elezioni federali fu introdotto dopo che nelle elezioni del 1922 votò solo il 59,38 per cento degli aventi diritto. La norma è valida solo per le elezioni federali, e non si applica alle elezioni statali. Da allora la legge non è mai stata cambiata, e i suoi sostenitori dicono che le percentuali molto alte ottenute sin dai primi anni della sua approvazione sono una testimonianza della sua efficacia. Alle ultime elezioni federali del 2010, la percentuale degli elettori registrati che ha votato è stata di quasi il 94 per cento, molto superiore alla media degli altri paesi del mondo: in Italia, alle elezioni politiche del 2013, ha votato circa il 75 per cento degli aventi diritto, negli Stati Uniti nel 2012 circa il 57 per cento. In realtà, secondo BBC News, bisogna tener conto anche di altri elementi: in Australia l’iscrizione nei registri elettorali è obbligatoria, ma non automatica, e circa il 10 per cento della popolazione non è registrata (e la percentuale è in crescita, soprattutto tra i giovani). Tenendo conto che nel 2013 le schede bianche o nulle sono state il 6 per cento di quelle totali, la percentuale di votanti rispetto a chi teoricamente potrebbe averne diritto scende a una comunque ragguardevole cifra compresa fra l’80 e l’85 per cento.

Negli anni ci sono state molte proposte per rendere facoltativo il voto, l’ultima delle quali da parte della sezione del Queensland del Partito Liberale (che in Australia è il maggior partito di centrodestra): l’allora primo ministro Julia Gillard, che era anche il capo dei Laburisti, si oppose e scrisse su Twitter che non bisognava permettere che il paese diventasse «un giocattolo in mano a danarosi gruppi di interesse». Il giornalista libertario Jason Kent recentemente si è detto favorevole a rendere facoltativo il voto, spiegando che in questo modo «i politici dovrebbero darci una buona ragione per votarli, al posto di puntarci una pistola alla testa e obbligarci a farlo». I detrattori dell’obbligo sostengono che benché le percentuali di votanti siano comunque alte, non corrispondono a un effettivo coinvolgimento ideale e politico: votare per non pagare una multa, e spesso annullare la scheda, non è un successo democratico.

Tuttavia è improbabile che il sistema venga riformato nei prossimi anni: nessuno dei due maggiori partiti, quello Liberale e quello Laburista, sa prevedere con certezza a quale dei due una riforma del genere porterebbe più voti.

foto: PHILIPPE LOPEZ/AFP/Getty Images

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