Il declino della Francia

Il New York Times si chiede se riuscirà ad evitare di finire nella serie B dei paesi europei, cambiando se stessa

Sabato 24 agosto Steven Erlanger, il capo corrispondente del New York Times da Parigi, ha provato ad analizzare quella che chiama “la questione francese”, che si può riassumere in una domanda: riuscirà il governo socialista del presidente francese François Hollande a fermare il lento declino del suo paese e ad evitare che la Francia entri definitivamente nei paesi europei di serie B?

Erlanger non dà una risposta definitiva alla questione, ma sembra scettico sulla possibilità che il declino possa essere arrestato in breve tempo. Parte della colpa sarebbe proprio della ripresa economica che sembra comincerà in Europa tra le fine del 2013 e il 2014. L’inversione del ciclo economico potrebbe spingere il governo francese ad accontentarsi di una crescita modesta e spingerlo a non occuparsi dei problemi profondi del paese e a non attuare le riforme più necessarie e impopolari.

La tentazione di non cambiare troppo è forte anche perché il modello economico francese è stato per lungo tempo molto efficiente nel garantire ai suoi cittadini un elevato standard di vita: il sistema sanitario e quello pensionistico sono efficienti; i lavoratori dipendenti hanno diritto in media a cinque o sei settimane di vacanze estive; chi ha un contratto a tempo pieno può godere di una settimana lavorativa di 35 ore e di considerevoli protezioni contro i licenziamenti.

Questo benessere è stato raggiunto in presenza di un forte intervento dello stato nell’economia: la spesa pubblica rappresenta il 57 per cento del PIL, la percentuale più alta dell’Eurozona – l’11 per cento in più della Germania. Novanta francesi ogni mille sono impiegati nel settore pubblico –  in Germania sono solo 50 – e il debito pubblico negli ultimi anni è cresciuto arrivando al 90 per cento del PIL.

Questo sistema ha contribuito a mantenere alto il costo del lavoro, mentre negli ultimi anni gli stipendi sono cresciuti in maniera superiore alla produttività dei lavoratori. L’altra faccia della medaglia è che l’82 per cento dei nuovi posti di lavoro nell’ultimo anno sono stati creati con contratti a tempo determinato, contratti che – come in Italia – godono di molte meno protezioni rispetto a quelli dei lavoratori a tempo indeterminato.

Il ricorso così massiccio a contratti a tempo determinato, scrive Erlanger, fa in qualche modo pensare che il sistema non possa continuare così all’infinito. In altre parole, è un sintomo del fatto che per garantire alle persone già assunte i loro privilegi acquisiti (stipendi, vacanze, orari di lavoro) è necessario che i nuovi assunti lavorino a condizioni considerevolmente differenti e peggiori. Il punto, infatti, non è se questo sistema economico sia buono o cattivo, ma se la Francia sia in grado di mantenerlo anche in futuro.

Tra i problemi che la Francia deve affrontare in questi anni c’è la popolazione che invecchia, una competizione globale sempre più agguerrita e gli shock economici di questi anni di crisi. Secondo alcune persone vicine al presidente francese, Hollande è a conoscenza di questi problemi e sa che per farvi fronte è necessario tagliare la spesa pubblica e ridurre i regolamenti che pesano sull’economia. Sembra però che non abbia la volontà di procedere in questa direzione e che manchi del coraggio politico per imporre ai suoi alleati delle decisioni potenzialmente impopolari.

Questi cambiamenti sarebbero particolarmente faticosi per un paese come la Francia che, secondo Erlanger, è un paese con un forte amor proprio, che ha ancora ambizioni da nazione-leader in Europa e da potenza mondiale. Inoltre il sistema che ha funzionato fino ad ora, come abbiamo visto, ha garantito benefici per molti francesi, benefici difesi dai sindacati, numericamente piccoli, ma molto potenti.

Il predecessore di Hollande, Nicolas Sarkozy, aveva spesso annunciato di voler modernizzare la Francia e risolvere alcuni dei problemi indicati da Erlanger, ma è riuscito ad ottenere poco. Sulle 35 ore settimanali, ad esempio, Sarkozy ha spesso annunciato di essere pronto a fare una battaglia politica, ma non è mai andato oltre gli annunci (secondo uno dei suoi consiglieri per il lavoro, Alain Minc, proprio per il timore di scontrarsi con i sindacati).

Se un presidente di destra non è riuscito ad affrontare questi nodi, è ancora più difficile che lo faccia un presidente socialista, come Hollande. L’impressione è che certi alleati di Hollande, come il ministro del Lavoro Arnaud Montebourg, pensino che la Francia potrebbe continuare ad andare benissimo, se solo il resto del mondo decidesse di lavorare un po’ meno. Erlanger descrive il partito socialista come una forza conservatrice, impegnata a mantenere intatte le conquiste ottenute nell’ultimo secolo e descrive la mentalità del partito con una citazione dal romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa: «È necessario che tutto cambi affinché nulla cambi».

In realtà molti ritengono che in Francia l’unica vera forza in grado di fare delle riforme, nonostante la sua mentalità conservatrice, sia proprio la sinistra. Ma questo si potrà ottenere soltanto se Hollande deciderà di confrontarsi con il suo stesso partito e imporre scelte impopolari, come fece una decina di anni fa in Germania il cancelliere Gerhard Schröder, i cui tagli e riforme sono oggi ritenuti una parte importante del successo economico tedesco.

Finora Hollande ha dialogato molto con le parti sociali e con gli alleati. Queste trattative hanno portato a dei piccoli cambiamenti, come alcune modeste liberalizzazioni nel mercato del lavoro. Ma queste piccole e insufficienti riforme sono state ottenute nel momento di massimo potere di Hollande. Secondo Erlanger è difficile che nel prossimo futuro il presidente francese riesca a fare di più con il suo potere e con la fiducia nei suoi confronti che continuano a deteriorarsi.

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