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  • mercoledì 14 agosto 2013

Il massacro del Cairo

I militari hanno attaccato i manifestanti pro-Morsi: ci sono almeno 525 morti, il governo ha dichiarato un mese di stato d'emergenza, El Baradei si è dimesso

Intorno alle sei del mattino di mercoledì 14 agosto le forze di sicurezza egiziane hanno iniziato – con il supporto di mezzi blindati e bulldozer – lo sgombero dei sit-in messi in piedi lo scorso 3 luglio dai sostenitori dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi in due punti diversi del Cairo, a piazza Rabaa Al-Adawiya (nell’est della città) e a piazza Nahda (nei pressi dell’università). Ne sono seguiti scontri violenti al Cairo e poi in diverse città del paese, che hanno causato un numero imprecisato di morti: le ultime cifre ufficiali parlano di 525 morti e più di 3717 feriti in tutto l’Egitto, ma altre fonti della stampa internazionale permettono di ipotizzare un numero molto più alto e i Fratelli Musulmani – sostenitori di Morsi e delle proteste – hanno diffuso le cifre non confermate di oltre duemila morti e diecimila feriti solo al Cairo. Secondo il portavoce del ministro della Salute egiziano, tra i morti ci sono 43 poliziotti. Oltre cinquecento persone sono state arrestate dalla polizia (solo le persone armate, ha detto l’agenzia di stampa statale MENA). Alla fine degli scontri il ministro degli Interni egiziano ha detto che non saranno permessi altri sit-in in alcuna piazza d’Egitto.

Nel corso della giornata sono arrivate decine e decine di testimonianze e racconti riguardo molte persone ferite o morte a causa di colpi di arma da fuoco, su Twitter sono circolate moltissime foto di cadaveri con ferite da proiettili: la polizia ha negato di averne fatto uso, dicendo di aver fatto ricorso soltanto a gas lacrimogeni. Oltre ai più grandi concentramenti nelle due piazze del Cairo, le forze di sicurezza sono intervenute anche in accampamenti più piccoli in diversi quartieri della città. Ci sono state testimonianze di cecchini che sparavano sulla folla e sono morti tra gli altri almeno tre giornalisti, Mick Deane di SkyNews, Abd Elaziz di Gulf News e Ahmed Abdel Gawad di Al Akhbar. A un certo punto al Cairo un mezzo blindato della polizia è caduto da un ponte, con gli agenti dentro. In un comunicato pubblicato sul sito del Dipartimento di Stato, il segretario di Stato John Kerry ha condannato duramente tutte le violenze in Egitto.

(attenzione: le foto contengono immagini forti)

Mentre il sit-in nei pressi dell’università è stato sgomberato in poche ore, a Rabaa le forze di sicurezza sono state inizialmente respinte. Solo in serata, dopo la garanzia di una “uscita sicura” da parte del ministero degli Interni, centinaia di persone hanno iniziato a lasciare la zona in un ambiente circostante che ricordava le zone di guerra. Intorno alle 19 la polizia ha preso il controllo completo dell’area.

Fuori dal Cairo, Reuters scrive che altre 15 persone sono morte nella città di Ismailia, vicino al canale di Suez, in scontri tra la polizia e sostenitori dell’ex presidente Morsi vicino a un edificio governativo. Il ministero della Salute ha detto che 35 persone sono morte a Fayoum, una città a sud del Cairo. Anche ad Alessandria e a Giza ci sono stati scontri e violenze. In alcune località nel nord del paese sono state attaccate dai sostenitori dei Fratelli Musulmani le chiese e i negozi appartenenti alla comunità cristiana copta, accusata di sostenere il governo e i militari.

Il governo egiziano ha imposto per un mese lo stato di emergenza – un vecchio strumento legislativo dei governi autoritari, che in Egitto è rimasto valido con poche interruzioni dal 1967 al 2012 – e un coprifuoco dalle 19 alle sei del mattino in dodici province del paese (tra cui tutto il Sinai e quelle in cui si trovano Il Cairo, Alessandria, Suez e Giza). Il vicepresidente Mohamed El Baradei si è dimesso per protesta e ha detto che erano possibili “soluzioni pacifiche” per la situazione.

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