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  • lunedì 5 agosto 2013

I minatori cileni, tre anni dopo

Che (brutta) fine hanno fatto i 33 uomini che il 5 agosto 2010 restarono bloccati sotto terra

Il 5 agosto del 2010 trentatré minatori rimasero intrappolati a 700 metri di profondità dentro una miniera di oro e rame di San José, nel nord del Cile. Fecero sapere di essere vivi con un biglietto, nel corso delle settimane la loro storia fu raccontata sulla stampa di tutto il mondo e il loro salvataggio, avvenuto 69 giorni dopo, fu seguito in diretta televisiva da circa un miliardo e mezzo di persone. Quello stesso anno fu aperta un’inchiesta che si è conclusa solo qualche giorno fa, proprio a ridosso del terzo anniversario del crollo. L’indagine aveva l’obiettivo di accertare la responsabilità penale dei proprietari della miniera di San José, Alejandro Bohn e Marcelo Kemmeny, ma è stata archiviata per mancanza di prove. «Oggi vorrei scavare un profondo buco e seppellirmi di nuovo, solo che questa volta vorrei che nessuno mi trovasse», ha detto Mario Sepulveda, uno dei minatori.

All’epoca dei soccorsi, pochi minuti dopo il salvataggio di tutti minatori, il presidente Sebastian Pinera aveva promesso che i responsabili del disastro sarebbero stati portati davanti alla giustizia. Non ci sarà però alcun procedimento penale: gli avvocati dei due proprietari hanno detto che l’archiviazione è «una chiara dimostrazione che non c’è stato alcun reato». Renato Prenafeta, avvocato di 31 dei 33 minatori, ha fatto sapere che analizzerà gli elementi che hanno portato alla decisione del procuratore e presenterà la sua versione. Resta aperta, invece, la causa civile a carico del Servizio nazionale di geologia e miniere (Sernageomín), accusato di non aver ispezionato la miniera e controllato il rispetto delle norme di sicurezza. Le famiglie dei minatori avevano presentato la loro denuncia nel 2011 accompagnata da una richiesta di risarcimento di diversi milioni di dollari (540 mila dollari, corrispondenti a 380 mila euro ciascuno).

In attesa di questo risarcimento, se mai arriverà, la situazione dei trentatré minatori è molto complicata. Nel 2011, a un anno di distanza dal crollo, Angus McQueen aveva raccontato sul Guardian che ne era stato di loro, della loro vita e di quella delle loro famiglie e da allora la condizione sembra essere peggiorata. Dopo il salvataggio i minatori avevano ricevuto un trattamento da eroi, con interviste, viaggi pagati a Disney World, nelle isole della Grecia e inviti allo stadio o in tv. Ben pesto, però, tutti avevano dovuto iniziare a fare i conti con una normalità che faceva sempre più fatica a tornare.

I pochi soldi che avevano ricevuto (13 mila dollari per i diritti cinematografici di un film che verrà girato nei prossimi mesi e 10mila dollari donati da un milionario cileno) sono ormai finiti. Alcuni sono ancora disoccupati: uno dei sopravvissuti, Omar Reygadas, ha spiegato come molti proprietari di miniere abbiano timore di assumerli perché «pensano che al primo problema richiameremmo l’attenzione dei media». Qualcuno ha fondato con quei soldi delle piccole imprese e lavora saltuariamente. La maggior parte di loro non ha la possibilità di lavorare perché soffre di gravi problemi fisici e psicologici: sono gli uomini rimasti intrappolati sotto terra per il periodo più lungo di cui si abbia mai avuto notizia e la loro terapia in molti casi si è limitata soltanto alla somministrazione di pasticche per dormire e calmanti. «Alcuni sono caduti nell’alcol e nella droga», ha detto il loro avvocato. 

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