Perché parliamo ancora di Erich Priebke

Perché ha 100 anni ed è un pezzo della storia più tragica del secolo scorso, il pezzo che riguarda noi

Il 29 luglio 2013 Eric Priebke, un ex ufficiale delle SS condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, ha compiuto cento anni. Priebke si trova a Roma dove sconta la condanna agli arresti domiciliari nella casa del suo avvocato e gode di permessi per uscire di casa in alcuni orari del giorno. L’arrivo del suo compleanno, come era accaduto nel 2003, ha aperto diverse polemiche. Sotto la sua abitazione ci sono stati scontri e sopra diversi muri del quartiere sono comparse scritte di auguri e simboli nazisti.

La strage delle fosse ardeatine
Il 23 marzo del 1944 in via Rasella, a Roma, i partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) che combattevano contro l’occupazione nazista attaccarono un gruppo di soldati altoatesini del reggimento Bozen, uccidendone 33. Il comando tedesco di Roma decise una rappresaglia e l’ordine di uccidere 10 italiani per ogni tedesco morto nell’attentato arrivò direttamente dal quartier generale di Adolf Hitler.

Herbert  Kappler, ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca di Roma, venne incaricato di compiere la rappresaglia. Kappler radunò 335 ostaggi, tra cui 75 ebrei, e li fece giustiziare e seppellire all’interno delle antiche cave delle Fosse Ardeatine, alla periferia sud di Roma. Tra i sottoposti di Kappler che eseguirono l’ordine c’era anche il capitano Erich Priebke. Quella delle Fosse Ardeatine rimase celebre come una delle più orribili stragi di civili compiute dai nazisti in Italia.

Dopo la guerra Priebke riuscì a fuggire da un campo di prigionia a Rimini e grazie all’aiuto di alcuni sacerdoti altoatesini si rifugiò in Argentina dove rimase per 50 anni. Nel maggio del 1994 venne scoperto e intervistato da un giornalista della rete statunitense ABC. Quando l’intervista fu diffusa, il governo italiano iniziò le procedure per l’estradizione, molto lunghe e tormentate: soltanto nel novembre del 1995 Priebke fu estradato in Italia. Il suo superiore, Kappler, era stato catturato dopo la guerra. Era stato condannato, ma era riuscito a fuggire in Germania nel 1977 dove era morto pochi anni dopo.

Il processo
Il processo a Priebke durò tre anni, fu molto complesso e creò grandi polemiche e discussioni. Appena arrivato in Italia, Priebke venne rinviato a giudizio nel tribunale di Roma con l’imputazione di “concorso in violenza con omicidio continuato in danno di cittadini italiani”. La prima sentenza del tribunale militare di Roma, nell’agosto del 1996, fu di condanna con la concessione delle attenuanti generiche. La pena fu dichiarata estinta per prescrizione. La sentenza fu molto contestata: i giudici esclusero le circostanze aggravanti di premeditazione e crudeltà e quindi la possibilità di comminare a Priebke un ergastolo – il che avrebbe eliminato la possibilità di far cadere il reato in prescrizione.

Dopo la sentenza ci furono molte manifestazioni di protesta, tra cui quella della comunità ebraica. Dopo la lettura della sentenza al tribunale di Roma ci furono anche dei feriti. La sentenza prescriveva la liberazione immediata di Priebke, che però venne arrestato nuovamente, poco dopo la scarcerazione. La motivazione ufficiale fu che Priebke era in attesa di un’estradizione in Germania, ma in molti in quei giorni scrissero che si trattava soltanto di un modo di tenere Priebke in Italia e dare ascolto alle proteste per dare il tempo alla Cassazione di annullare il processo.

Nell’ottobre del 1996 la Corte di Cassazione accolse la richiesta di ricusazione del giudice del tribunale militare e annullò il processo. Nel luglio del 1997 il tribunale militare di Roma condannò Priebke e un altro ex ufficiale delle SS, Karl Hass, a 15 e 10 anni, sostenendo la tesi che i crimini di guerra non possono cadere in prescrizione. All’epoca i difensori dissero che tra gli anni di carcere che gli erano stati condonati e i mesi già trascorsi in prigione, Priebke avrebbe dovuto scontare solo pochi mesi in carcere.

Anche questa sentenza venne duramente criticata e ci furono diverse manifestazioni di protesta per quella che venne ritenuta una condanna troppo mite. Pochi mesi dopo, la Corte d’Appello aggravò la sentenza e condanno Priebke e Hass all’ergastolo. Nel novembre del 1998 la Corte di Cassazione confermò l’ergastolo.

Dopo la condanna
A Priebke ed Hass venne concesso di scontare la condanna ai domiciliari per motivi d’età. Da allora ci sono state nuove polemiche ogni volta che gli arresti domiciliari venivano ristretti oppure ampliati. Ad esempio nel 2007 in molti protestarono contro la decisione di concedergli un permesso per recarsi al lavoro nello studio del suo avvocato – una decisione revocata pochi mesi dopo.

Nel 2003 ci furono altre polemiche, dopo che Priebke festeggiò i suoi 90 anni in un agriturismo fuori Roma. Altri, tra cui il giornalista Vittorio Feltri, chiesero che gli fosse data la grazia per ragioni umanitarie (Indro Montanelli aveva criticato processo e eventuale pena anni prima). Dal 2009 Priebke ha il diritto di uscire di casa per fare la spesa e recarsi in farmacia. Attualmente è costantemente sorvegliato dalla polizia per tutelarne l’incolumità. Un processo civile da parte dei familiari delle vittime per ottenere un risarcimento è ancora in corso a Roma.