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  • domenica 21 Luglio 2013

L’affare di Lillehammer

Cioè uno dei più gravi fallimenti nella storia del Mossad israeliano: c'entrano una cittadina norvegese e gli attentati di Monaco '72

Lillehammer è una piccola cittadina di 26 mila abitanti a poco più di una paio d’ore di macchina da Oslo. Non era molto conosciuta al di fuori della Norvegia prima che, nel 1994, fosse la sede dei XVII Giochi Olimpici Invernali. Ma per breve tempo, dopo il 21 luglio del 1973, Lillehammer divenne famosa in tutto il mondo perché era stata il teatro di uno dei più gravi fallimenti del servizio segreto israeliano, il Mossad, che rischiò di perdere la sua intera struttura e capacità di operare in Europa.

L’operazione che il Mossad cercò di intraprendere a Lillehammer faceva parte della campagna “Ira di Dio”, la rappresaglia organizzata dai servizi segreti israeliani contro la strage alle Olimpiadi di Monaco – quando nel settembre del 1972 un gruppo di terroristi palestinesi dell’organizzazione Settembre Nero uccise 11 atleti della squadra olimpica israeliana. L’obbiettivo del Mossad era uccidere i responsabili dell’attacco e scoraggiare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat dall’appoggiare nuovamente il terrorismo. L’operazione “Ira di Dio” è stata raccontata dal film del 2005 Munich, di Steven Spielberg.

Nei primi mesi che seguirono all’attacco di Monaco, diversi sospetti membri di Settembre Nero vennero assassinati in tutta Europa e in Medio Oriente. Non sempre le persone assassinate erano membri di alto profilo dell’organizzazione e in diversi casi non c’era la certezza che facessero parte dell’organizzazione terroristica. I palestinesi accusarono diverse volte gli israeliani di aver ucciso politici ed attivisti che in realtà erano oppositori del terrorismo.

Nell’estate del 1973, il Mossad credette di aver identificato un bersaglio di primo piano. Si trattava di Ali Hassan Salameh, soprannominato “il Principe Rosso”, ritenuto il capo delle operazioni di Settembre Nero e uno dei principali ideatori dell’attacco di Monaco. Secondo la pista seguita dal Mossad, Salameh si era nascosto a Lillehammer, una città della Norvegia famosa per i suoi impianti sciistici.

Il Mossad inviò in Norvegia una squadra composta da cinque agenti con il compito di assassinare Salameh. Potevano contare su un certo numero di agenti locali che avrebbero fornito loro il supporto necessario. La sera del 21 luglio, intorno alle 22.35, quello che gli israeliani pensavano fosse Salameh uscì da un cinema insieme a una donna incinta. Dopo averlo seguito fin quasi a casa a bordo di un’automobile, due membri della squadra scesero e gli spararono 13 colpi di pistola.

La squadra si allontanò e abbandonò la macchina in un campo poco lontano, salendo a bordo di una seconda auto, una Peugeot affittata pochi giorni prima. La polizia norvegese identificò l’uomo morto come Ahmed Bouchiki, un cameriere marocchino che non aveva nulla a che fare né con Settembre Nero né con la Palestina. Bouchiki, per sua sfortuna, assomigliava in maniera incredibile a Salameh.

Il giorno dopo l’omicidio, il 22 luglio, uno degli agenti si recò in aeroporto con l’auto utilizzata la sera prima, accompagnato da uno degli agenti locali di supporto. Ma la Peugeout era già stata segnalata come auto sospetta nella zona dell’omicidio la sera prima. La polizia norvegese li arrestò all’aeroporto. L’agente locale cedette quasi subito all’interrogatorio: rivelò di lavorare per il governo israeliano e diede l’indirizzo del rifugio dove aveva ospitato gli altri.

In poche ore quasi tutta la squadra venne arrestata: solo due riuscirono a fuggire, mentre vennero arrestate in tutto cinque persone. Addosso a uno di loro la polizia norvegese trovò numerosi documenti del Mossad e alcune chiavi, tramite le quali riuscì a risalire ad un appartamento di Parigi. Dopo aver fatto irruzione, la polizia francese trovò altre chiavi che portavano a una serie di appartamenti in tutta la Francia, utilizzati come basi dagli agenti del Mossad.

In pochi giorni un’intera rete di spionaggio venne distrutta. Numerosi agenti dovettero essere ritirati poiché la loro copertura era saltata, mentre parecchi rifugi in giro per l’Europa furono abbandonati. I giornali di tutto il mondo parlarono a lungo della vicenda e il Mossad fu accusato non soltanto di aver ucciso un innocente, ma di essere anche un servizio segreto dilettantesco e inefficiente. I cinque arrestati vennero condannati da due a cinque anni per l’omicidio, ma dopo 22 mesi vennero graziati e ritornarono in Israele.

Nel 1993 un ex agente del Mossad confermò il coinvolgimento di Israele in quello che oramai era diventato “l’affare di Lillehammer”: nonostante le prove schiaccianti, il governo israeliano non ammise mai ufficialmente la sua responsabilità, anche se nel 1996 decise di risarcire con circa 400 mila dollari la famiglia di Bouchiki. Ali Hassan Salameh, il bersaglio dell’operazione Lillehammer, venne ucciso dal Mossad a Beirut sei anni dopo lo scambio di persona, il 22 gennaio del 1979.

Foto: Hulton Archive/Getty Images