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  • domenica 14 luglio 2013

La sentenza sull’omicidio di Trayvon Martin

È finito ieri un processo seguitissimo dai media americani: George Zimmerman, che aveva ammesso l'omicidio di un ragazzo di 17 anni, è stato dichiarato non colpevole

di Francesco Marinelli – @frankmarinelli

Sabato 13 luglio un tribunale di contea della Florida ha dichiarato George Zimmerman non colpevole per l’omicidio del 26 febbraio 2012 di Trayvon Martin: nonostante Zimmerman abbia ammesso di aver sparato al diciassettenne afroamericano, la corte lo ha dichiarato non colpevole perché ha sparato per legittima difesa. Il processo è stato molto seguito da tutti i media americani nelle ultime settimane e la sentenza è stata molto commentata: il caso ha infatti suscitato molte proteste e ha toccato questioni che riguardano i pregiudizi razziali, il funzionamento della giustizia e le leggi sulla legittima difesa e l’uso delle armi negli Stati Uniti.

L’omicidio di Trayvon Martin
Verso le sette di sera del 26 febbraio 2012, Trayvon Martin, un ragazzo nero di 17 anni, era uscito da un negozio e stava camminando lungo una strada di Sanford, in Florida. Martin – che non aveva precedenti penali – era disarmato e girava con una felpa con il cappuccio sollevato sulla testa, portando con sé una bibita e un pacchetto di caramelle. Zimmerman – 29 anni, vigilante volontario delle ronde di quartiere – fu insospettito dal ragazzo e per questo decise di segnalarlo alla polizia chiamando il 911 (il numero per le emergenze negli Stati Uniti). Iniziò a seguirlo con la macchina, ma invece di aspettare l’arrivo della polizia decise di scendere e andargli incontro, convinto che fosse un ladro. Tra i due ci fu uno scontro – che cosa successe di preciso è al centro della questione – e Zimmerman sparò un colpo di pistola, colpendo al cuore Martin e ferendolo a morte.

Il mancato arresto di Zimmerman
Zimmerman ha ammesso l’omicidio nel suo primo interrogatorio: nonostante questo però il tribunale decise di non incarcerarlo immediatamente. Il suo arresto venne deciso sei settimane dopo l’omicidio. Tale decisione era stata posticipata basandosi su una particolare legge sulla legittima difesa, approvata in diversi stati americani: quella basata sul principio del cosiddetto Stand Your Ground, che permette di sparare anche se ci si sente soltanto minacciati. È una delle leggi più permissive e controverse degli Stati Uniti e garantisce l’immunità a chi spara anche solo con “il ragionevole timore” di essere in pericolo di vita o di essere ferito gravemente.

Dalle prime ricostruzioni della vicenda sembrò evidente che non ci fosse stata alcuna aggressione da parte di Martin: il 23 marzo 2012 la polizia di Sanford aveva reso pubbliche le registrazioni delle chiamate di Zimmerman al 911. Da quanto era stato possibile capire, l’uccisione di Martin era avvenuta a sangue freddo, senza nessuna azione minacciosa o violenta da parte del ragazzo nei confronti del vigilante: nella registrazione si sentiva un primo sparo e poi quelle che sembravano essere grida di aiuto o di paura di Martin. Poi ci fu un secondo colpo di pistola, quello che avrebbe ucciso il ragazzo. Secondo Natalie Jackson, uno degli avvocati della famiglia Martin, era questa la prova del fatto che Zimmerman non aveva agito per legittima difesa. Nel corso del processo, le cose si sono complicate.

Il processo
Zimmerman fu accusato dal procuratore generale di omicidio di secondo grado, che nel codice penale statunitense si riferisce a omicidi di carattere doloso o colposo, ma senza premeditazione e con varie possibili attenuanti. La giuria della corte, composta da sei donne, ha respinto le tesi dell’accusa secondo cui Zimmerman aveva deciso di sparare basandosi esclusivamente su una deduzione personale: Martin, diceva l’accusa, era un criminale secondo Zimmerman soltanto perché girava con il cappuccio calcato in testa e per la sua ossessione di fermare i ladri del quartiere. Il procuratore lo aveva accusato anche di aver istigato lo scontro, concluso con la morte del ragazzo.

Al momento dell’omicidio non c’era nessun testimone sul posto, ma nel corso del processo è emerso che uno scontro c’è stato: le fotografie mostrate dalla difesa mostravano il volto di Zimmerman segnato da lesioni, due tagli sulla testa e il naso sanguinante. Ai fini della sentenza hanno rappresentato un elemento importante nella decisione della corte, a sostegno della tesi di legittima difesa. Durante il processo Zimmerman ha sempre sostenuto di essere stato aggredito: Martin lo avrebbe preso a pugni e buttato a terra, facendogli sbattere la testa contro il marciapiede. Soltanto a questo punto Zimmerman avrebbe deciso di sparare.

Cosa è rimasto poco chiaro
Il caso è stato segnato anche da diversi errori commessi durante le indagini e da una testimonianza particolare: di solito in casi come questo la polizia testimonia a favore della parte rappresentata dal procuratore generale, mentre durante il processo Chris Serino, capo investigatore della polizia di Sanford, ha detto di credere alla versione di George Zimmerman. Inoltre, un medico legale, chiamato dal tribunale per ricostruire la dinamica del colpo, ha spiegato che la traiettoria del proiettile dimostrerebbe che al momento dello sparo Martin si trovava sopra a Zimmerman.

Diverse cose però sono rimaste poco chiare: non è stato stabilito chi dei due sia stato il primo a istigare lo scontro, chi abbia chiesto aiuto, chi sia stato il primo a dare pugni, a che punto il vigilante abbia sparato. Scrive il New York Times che l’accusa non è riuscita a trovare prove convincenti: la sua tesi è stata incentrata esclusivamente sulla figura e la personalità di Zimmerman, rappresentato come un uomo pieno di rancore e odio.

Le proteste sull’omicidio di Trayvon Martin
Oltre agli aspetti che riguardano la controversa legge sulla legittima difesa, il caso di Trayvon Martin ha suscitato molte discussioni negli Stati Uniti per le possibili questioni di razzismo coinvolte in questa storia: Zimmerman – hanno sostenuto i legali della famiglia Martin – sarebbe stato trattato con un occhio di riguardo solo perché è un bianco. Il tribunale però, durante tutta la fase processuale, non ha mai chiamato in causa il tema del razzismo.

Nell’ultimo anno e mezzo ci sono state molte manifestazioni di protesta contro la polizia e le autorità giudiziarie di Sanford, per come hanno gestito la vicenda e per aver deciso di lasciare libero Zimmerman per molto tempo. Sul caso intervenne anche Barack Obama, che subito dopo l’omicidio espresse la propria solidarietà alla famiglia di Martin, pronunciando una frase che è stata molto ripresa dai media di tutto il mondo: «Se avessi un figlio, sarebbe come Trayvon».

Foto: George Zimmerman (AP Photo/Orlando Sentinel, Gary W. Green, Pool)