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  • sabato 24 marzo 2012

L’omicidio di Trayvon Martin

Un ragazzo afroamericano di 17 anni è stato ucciso un mese fa in Florida in circostanze poco chiare: nei giorni scorsi ci sono state molte proteste e sul caso si è espresso anche Obama

Venerdì mattina Barack Obama è intervenuto sul caso di Trayvon Martin, il ragazzo afroamericano di 17 anni ucciso il 26 febbraio scorso a Sanford, in Florida, in circostanze ancora poco chiare. Obama ha espresso la propria solidarietà alla famiglia e ha chiesto che venga fatta al più presto chiarezza sulla dinamica dell’omicidio, pronunciando una frase che è stata molto ripresa dai media di tutto il mondo: “Se avessi un figlio, sarebbe come Trayvon”. Il caso sta facendo molto discutere negli Stati Uniti, sia per i suoi possibili risvolti razzisti, sia per il fatto che l’assassino, che si chiama George Zimmerman e ha affermato di aver sparato per legittima difesa, non sia stato ancora arrestato dalla polizia.

Mercoledì scorso si è svolta una marcia di protesta a New York chiamata Million Hoodie March, in cui la maggior parte dei manifestanti indossava una felpa con il cappuccio (hoodie, appunto) per ricordare l’abbigliamento di Trayvon Martin al momento dell’omicidio. Le proteste sono dirette in particolare contro la gestione della vicenda da parte della polizia e delle autorità, in particolare per il fatto che Zimmerman non sia stato arrestato: secondo molti manifestanti, Zimmerman sarebbe stato trattato con un occhio di riguardo solo perché è un bianco. «Se al posto dell’assassino ci fosse stato Martin – ha detto Brian Tannebaum, un altro degli avvocati della famiglia Martin – sarebbe stato arrestato il giorno dopo e starebbe aspettando il processo in prigione, mentre Zimmerman è ancora a piede libero». Altre manifestazioni per esprimere solidarietà della famiglia e per protestare contro il mancato arresto dell’assassino di Martin si sono svolte anche a Sanford e in altre città degli Stati Uniti.

I fatti certi per ora sono pochi: il 26 febbraio, verso le 7 di sera, Trayvon Martin era uscito da un negozio di Sanford, una località della Florida poco distante da Orlando, e stava camminando lungo la strada. Aveva il cappuccio della felpa calcato in testa, una bibita e un pacchetto di caramelle in mano. George Zimmerman, un volontario 28enne che faceva ronde per la sicurezza del quartiere, insospettito dal ragazzo, lo aveva segnalato alla polizia chiamando il 911 (il numero per le emergenze negli Stati Uniti) e aveva iniziato a seguirlo in macchina. Ma invece di aspettare l’arrivo dei poliziotti, Zimmerman sarebbe sceso dalla macchina e avrebbe ucciso Trayvon Martin con un colpo di pistola: l’esatta dinamica degli eventi non è chiara, perché la vicenda è stata ricostruita finora quasi solamente attraverso le telefonate di Zimmerman al 911.

Ieri la polizia di Sanford ha reso pubbliche le registrazioni delle chiamate di Zimmermann, da cui sembrerebbe che l’uccisione di Martin sia avvenuta a sangue freddo e senza nessuna azione minacciosa o violenta del ragazzo. Nella registrazione si sente un primo sparo, probabilmente di avvertimento, e poi quelle che sembrano essere grida di aiuto o di paura di Martin, seguite da un secondo colpo di pistola, quello che avrebbe ucciso il ragazzo. Secondo Natalie Jackson, uno degli avvocati che difende la famiglia di Martin, questa sarebbe la prova evidente che Zimmerman non ha sparato per legittima difesa, ma che ha ucciso volontariamente Martin. Secondo la polizia di Sanford, però, non ci sarebbero ancora prove evidenti del fatto che Zimmerman non abbia agito per legittima difesa. Anche per questo non è stato ancora arrestato.

L’altro motivo è il fatto che la Florida ha una legge sulla legittima difesa – detta Stay your ground act, “resta al tuo posto” – che è una delle più permissive degli Stati Uniti e che garantisce l’immunità a chi spara anche solo con “il ragionevole timore” di essere in pericolo di vita o di essere ferito gravemente.

foto: Mario Tama/Getty Images

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