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  • lunedì 24 Giugno 2013

Le elezioni in Albania

Sia il governo di Berisha che l'opposizione socialista dicono di aver vinto, per ora sono avanti i secondi: ma ieri c'è stata una sparatoria e ci sono dubbi sulla regolarità del voto

Domenica 23 giugno si sono svolte le elezioni parlamentari in Albania: dopo lo scrutinio del 10 per cento delle schede, la coalizione guidata dal partito socialista finora all’opposizione di Edi Rama è in vantaggio rispetto alla maggioranza del centrodestra del premier Sali Berisha, già al secondo mandato e figura dominante nel paese dalla caduta nel 1991 del regime comunista. L’affluenza è stata del 49 per cento, di poco più alta rispetto alle elezioni del 2009.

Domenica sera sia il partito al governo di Sali Berisha (PD) che i socialisti all’opposizione di Edi Rama (PS) avevano dichiarato di aver vinto. Dopo la chiusura delle urne, oltre le sette di sera, Edi Rama, ex sindaco di Tirana, aveva detto che la coalizione di centrosinistra guidata dal suo partito era «sulla buona strada per ottenere i seggi che aveva previsto». Pochi minuti dopo la portavoce del governo, Majlinda Bregu, aveva fatto sapere che tutti i loro sondaggi interni dimostravano «che i cittadini hanno votato in modo convinto» per la loro alleanza.

Il Partito democratico di Berisha non si era presentato alle elezioni con un programma elettorale strutturato, ma con l’intenzione generica di proseguire con le politiche attuate negli anni precedenti: integrazione del paese alla NATO, opere pubbliche, promesse di nuove riforme e assunzioni nel mondo del lavoro, integrazione europea. Il Partito Socialista (PS) di Edi Rama si presentava alleato con il Movimento socialista per l’integrazione (LSI) di Ilir Meta, che negli ultimi quattro anni aveva governato con Berisha, criticandolo molto per le sue tendenze antidemocratiche e per l’aumento della corruzione e del crimine organizzato che è verificato durante il suo mandato.

La sparatoria e l’Unione europea
Domenica dopo l’apertura dei seggi c’è stata una sparatoria a Lac, nell’Albania settentrionale a circa 50 chilometri da Tirana, e un attivista dell’opposizione è stato ucciso: è rimasto ferito anche un candidato del Partito democratico. La dinamica della vicenda non è ancora molto chiara. La coalizione di centrosinistra ha commentato dicendo che il governo stava cercando in tutti i modi di intimidire i cittadini chiamati al voto, mentre il Partito democratico ha detto che si trattava di un atto terroristico. Dalla fine del regime comunista, nel 1991, in Albania non si è mai svolta un’elezione considerata completamente libera e giusta, e gli episodi di violenza di ieri potrebbero allontanare ancora di più la prospettiva del paese di entrare nell’Unione Europea.

L’Albania aveva richiesto di diventare membro dell’UE già quattro anni fa, ma la sua candidatura non era andata a buon fine. Tra i criteri stabiliti dal Consiglio d’Europa per ottenere l’integrazione ci sono, tra l’altro, «la stabilità delle istituzioni in modo da garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto e la protezione delle minoranze». E questo obiettivo non sembra essere stato raggiunto dall’Albania. I risultati delle precedenti elezioni, nel 2009, avevano portato alla vittoria di Sali Berisha ma erano stati pesantemente contestati con manifestazioni di piazza e scontri violenti, tanto che l’opposizione decise di boicottare per due anni il Parlamento. L’instabilità politica del paese era stata riconfermata anche nel 2011, quando alcune centinaia di persone avevano assaltato l’ufficio del primo ministro: in cinque ore di scontri con la polizia morirono 3 persone, 60 restarono ferite e altre 113 furono arrestate.

A tutto questo, va aggiunta una forte corruzione e una situazione molto complicata anche dal punto di vista della libertà di espressione: nel 2010 uno dei quotidiani più critici del governo, Tema, è stato espropriato della sua sede nonostante una sentenza avesse sospeso l’ingiunzione. Regolarmente si ha notizia di intimidazioni ai giornalisti. Infine ci sono i molti problemi che riguardano la libertà e la trasparenza dello stesso processo elettorale, e che anche nelle elezioni di ieri non hanno trovato una soluzione.

La Commissione Centrale Elettorale
Nel luglio del 2012 era stata approvata dal Parlamento (anche con i voti dell’opposizione) un’ampia riforma elettorale che però non è stata pienamente rispettata nelle elezioni di ieri, soprattutto per quel che riguarda l’indipendenza e la legittimità della Commissione Centrale Elettorale (CEC), l’istituzione permanente che in Albania gestisce il processo elettorale. La CEC dovrebbe essere composta da 7 membri proposti dal Parlamento per 6 anni, con il compito di rappresentare in modo equo i partiti durante lo scrutinio elettorale: tre candidati sono nominati dalla coalizione di governo, tre dall’opposizione e il presidente è indipendente. Una volta scelti, i membri della CEC hanno il compito di tutelare il processo elettorale e non possono essere sostituiti per motivi politici.

Lo scorso aprile, in seguito a un cambiamento nelle alleanze politiche nazionali, il partito di Berisha aveva chiesto la revoca di uno dei membri della CEC e questo aveva portato alle dimissioni per protesta di altri tre componenti. La Commissione è dunque formata ora da solo 4 persone e questo, oltre a non garantire l’equilibrio della rappresentanza, non rende possibili una serie di adempimenti che richiedono, per regolamento, votazioni a maggioranza qualificata e presenza di tutti i membri. Con solo quattro membri la CEC non può per esempio intervenire in caso di ricorsi e contestazioni, ipotesi che si potrebbe verificare in caso di vittoria con margine limitato. La legge elettorale richiede infatti cinque voti per prendere decisioni sui ricorsi che contestano i risultati nelle singole sezioni elettorali o per dichiarare non valide le elezioni stesse.

Foto: Un uomo in bicicletta a Tirana,
22 giugno 2013 (GENT SHKULLAKU/AFP/Getty Images)