Il guaio coi sondaggi

Dario Di Vico spiega che invece di compensare con dati reali gli inganni della politica, ne sono diventati complici

Dario Di Vico sul Corriere della Sera di oggi cita un dibattito al Festival dell’Economia di Trento e torna a discutere dell’utilizzo strumentale dei sondaggi da parte della politica, chiedendo che siano invece sfruttate le opportunità che offrono nella comprensione della realtà.

L’attenzione che si riversa sui sondaggi anche a urne già chiuse è altissima e il motivo lo si può facilmente rintracciare nell’instabilità del quadro politico italiano e nell’affannosa ricerca di qualcuno che ci predichi scampoli di futuro. Ma in parallelo, e sono gli stessi protagonisti del settore a denunciarlo, stiamo assistendo al cambio di destinazione d’uso dei sondaggi: da strumento predittivo diventa materiale per la propaganda elettorale. «La difficoltà è mantenere la terzietà» ha detto Roberto Weber e gli ha fatto eco Nando Pagnoncelli che ha sottolineato il rischio «di trasformarci in spin doctor».

L’occasione per queste riflessioni è stata fornita da un interessante dibattito sul futuro dei sondaggi organizzato a Trento dal Festival dell’economia, discussione che ha messo attorno al tavolo le più prestigiose griffe. Se Pagnoncelli ha rivendicato la differenza non solo lessicale tra ricercatore e sondaggista («la stessa che nella fotografia c’è tra Cartier Bresson e Fabrizio Corona!»), nelle parole di Alessandra Ghisleri il confine tra monitoraggio e consulenza pro-attiva è parso molto labile.

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