• mercoledì 29 Maggio 2013

Le prime pagine di “Mandami tanta vita”

Il nuovo romanzo di Paolo di Paolo, tra i dodici finalisti del Premio Strega: è ambientato a Torino, nel 1926, e parla di due studenti e una valigia scambiata per sbaglio

di Carlotta Caroli - Caffeina

Capita nei film: un tale scambia la propria valigia con un altro tale e da quello scambio si apre un mondo. Capita pure nel libro di Paolo di Paolo Mandami tanta vita, pubblicato a marzo da Feltrinelli. Moraldo, arrivato a Torino per una sessione d’esami nel febbraio del 1926, scopre di avere scambiato la sua valigia con quella di uno sconosciuto. Prima di ritrovare quella benedetta valigia, la sua vita continua tra di filosofia e caricature, tra l’ammirazione segreta per un coetaneo che dalla società è considerato già “arrivato”, e l’ispirazione provocata da una fotografa imprendibile. La vita di Moraldo continua tra aspirazioni, amore, risposte che non arrivano. Di seguito le prime pagine del romanzo, uno dei dodici finalisti del Premio Strega: una storia appassionata e commossa sull’incanto, la fatica, il rischio di essere giovani.

***

Fidarsi della prima impressione può portare fuori strada. Comunque, per lui, era stata antipatia. Istintiva, quasi feroce. Si era voltato, come tutti i presenti, per il chiacchiericcio insistente in fondo all’aula. La lezione su Dante durava già da un’ora, la noia lievitava insieme ai versi. L’impettito professore, con gli occhi fissi sul libro – la sagoma di un’upupa, la testa stretta e un pennacchio di capelli bianchi – commentava ostinato a voce bassa, gareggiando in monotonia con lo scroscio della pioggia. Poi dev’essere caduto un libro a terra: il rumore ha spezzato di colpo la voce e una terzina incomprensibile del Purgatorio. Allora l’upupa ha finalmente alzato gli occhi piccoli come spilli, e li ha visti.
Un gruppo di tre o quattro seduti alle ultime file – discutevano per fatti loro già da parecchio – aveva cominciato a sghignazzare. Prego lorsignori, ha scandito l’upupa ruotando il collo a scatti, verso destra e poi verso sinistra, se non fossero interessati alla lezione, di volere abbandonare l’aula. A questo punto il più smilzo – svettava per altezza, con una nuvola di ricci chiari sulla testa – si è alzato di colpo, ha raccolto il libro che poco prima aveva fatto cadere e l’ha infilato in una tasca già sformata della giacca. Al collo portava una cravattina a nodo fisso e i polsini di celluloide, sul naso un paio di occhiali tondi che in quella luce grigia brillavano. Sulle labbra, un sorriso malizioso, quasi di scherno.
Illustre professore, ha spiegato, in verità si tratta di un’azione di protesta contro la sua persona, oltre che del tentativo di svegliare dal sonno la sua platea. Molti hanno nascosto le risate portandosi la mano alla bocca. È passato un interminabile minuto di silenzio. Il professore guardava fisso davanti a sé, come raggelato. Ha aperto la bocca senza che ne uscisse alcun suono. Poi, le prime parole sono state Quasi smarrito. Cominciava con questa ammissione la sua replica alla protesta?Nell’aula persisteva il silenzio assoluto, a cui perfino la pioggia pareva essersi arresa. Quasi smarrito, ha ripetuto l’upupa, ma non era altro che il seguito della terzina dantesca interrotta Quasi smarrito, e riguardar le genti/ che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. Superbi, aveva detto? Una semplice coincidenza. Alla terzina successiva il gruppo dei provocatori aveva già lasciato l’aula.
Moraldo era rimasto impressionato. La faccia di quel giovane l’aveva indispettito e riempito – lo avrebbe ammesso a fatica, storcendo la bocca – di curiosità. Quel tizio era antipatico, sì, inutile girarci intorno. Sicuro di sé, sprezzante: un ragazzino pallido cresciuto troppo in fretta, nervoso nei movimenti, il pomo d’Adamo sporgente. Avrebbe poi scoperto che lui e il suo piccolo clan venivano dalla facoltà di Legge, e che ogni tanto passavano da Lettere come uditori. Lui, il capo, aveva appena fondato una rivistina seriosa: ne aveva lasciata qualche copia sparsa sugli ultimi banchi. Si dava un gran da fare tra conferenze, libri, discorsi di politica. C’era chi li chiamava, lui e i suoi amici, l’Accademia dei Patiti.
Le voci di corridoio riportavano notizie tendenziose e strambe: quei pazzi si incontrano la mattina all’alba per leggere Kant. Gente ridicola! Una congrega di arrivisti, hanno scelto i professori giusti a cui stare dietro. Il bello è che hanno pure lo stomaco di indossare i panni dei ribelli. Qualcuno giurava di aver visto il ragazzo dai capelli ricci, nell’altra facoltà, tenere lezione di Economia politica, accanto al professor Einaudi che lo benediceva con gli occhi.
Moraldo sulle prime alzava le spalle, non diceva niente, oscillava fra perplessità e attrazione. Ma ci pensava a lungo: una vita simile – così energica, così determinata, così chiara – non l’avrebbe forse portato via dal limbo in cui sostava? Avrebbe potuto una buona volta opporre con fierezza qualcosa ai dubbi di suo padre.
Carissimi genitori – avrebbe finalmente scritto per lettera, alla svelta – io sto bene e così spero di voi, gli impegni mi trattengono qui in città anche nel fine settimana, non potrò pertanto raggiungere Casale, ho cominciato a collaborare con le pagine letterarie di una rivista autorevole, partecipo a conferenze e sto stringendo buone relazioni con alcuni colleghi d’ingegno e con diversi docenti della mia facoltà.
Sognava di avere indietro il calore e l’approvazione che fin lì gli erano mancati. Hai uno zio che è medico – se n’era discusso per molte cene –, sei sicuro che studiare Lettere sia la scelta giusta? Mancava solo che gli indicassero la strada del seminario. Suo fratello più grande, una volta, per scherzo l’aveva detto Se nascevi donna, eri suora Moralda, puoi giurarci. Suora Moralda ci raccomandi alla Vergine con le sue preghiere. Stròzzati, gli aveva risposto.
Però quando era uscita la sua firma sul “Monferrato” per la prima volta, aveva avuto – almeno per mezz’ora – la sensazione che le cose potessero cambiare. Appena presa la copia in edicola, si era messo a correre come il vento verso il negozio di suo padre, sfrecciava con il cuore in gola a mezzo metro da terra. Davanti alla vetrina si era bloccato di colpo. Piantato come un chiodo nel pavé di via Roma, assisteva a una scena che nella stessa giornata, in sua assenza, poteva ripetersi anche dieci o quindici volte. Come un evento sconvolgente e nuovo, guardava il padre chinarsi ai piedi di un cliente per aiutarlo a calzare un paio di scarpe. Che cosa c’era di strano? Niente, era la più abituale e insignificante delle situazioni. Ma questo padre in gilet e camicia, con la pancia grossa, che piegandosi traballava come una vecchia foca, questo padre era il suo. I baffi quasi bianchi a mezzo palmo dal ginocchio di uno sconosciuto. C’era qualcosa di servile che lo feriva, in quella postura.
Aveva atteso che il cliente uscisse, per non rischiare di essere presentato. Si era vergognato di suo padre, e questo era tutto. Così, annunciandogli la propria firma sul giornale, non era stato soccorso dall’entusiasmo che lo faceva correre solo un quarto d’ora prima. Si era limitato a riferire, con un tono distratto, che era uscito un suo commento – l’aveva chiamato così, commento – alla mancata elezione in parlamento del benemerito sindaco di Pontestura, aggredito l’anno prima da un gruppo di squadristi mentre rientrava in bicicletta. I contadini, sentendo urlare, quel giorno erano riusciti a fargli scorta nell’ultimo tratto di strada. Come va interpretata questa sconfitta? quali ne sono le ragioni? erano le domande di Moraldo prima della firma. Era orgoglioso del piglio polemico. E anche dell’attacco della lettera: Sono un giovane che segue con interesse le vicende politiche locali. Ma il padre, seguitando a chiudere e impilare scatole, si era limitato a dirgli, alzando il mento verso la copia del giornale tra le mani di Moraldo, Lascialo lì.

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