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  • sabato 18 Maggio 2013

La legge contro la violenza sulle donne in Afghanistan

Il parlamento ha bloccato la discussione che avrebbe dovuto tramutare in legge il decreto presidenziale del 2009

Venerdì 17 maggio il parlamento afghano ha fermato la discussione sulla possibilità di ratificare la legge contro la violenza sulle donne e il matrimonio tra bambini. Il dibattito è durato in tutto 15 minuti: il presidente della Camera ha interrotto la seduta dopo le violente proteste dei mullah e dei deputati più tradizionalisti. Una legge contro la violenza sulle donne in Afghanistan esiste dal 2009 sotto forma di decreto del presidente, ma non è mai stata passata all’approvazione del parlamento. Attualmente il decreto può essere usate dai tribunali come base per il loro lavoro e alcune centinaia di persone si trovano attualmente in carcere per averne violato le disposizioni.

La decisione di forzare la mano e tentare di far approvare la legge dal parlamento ha diviso gli attivisti a favore delle donne, tra cui ci sono le 68 donne parlamentari (un quarto dei seggi è riservato a loro). Alcuni hanno sostenuto che l’approvazione in parlamento della legge renderà più difficile per i tribunali perseguire i responsabili sulla base del codice penale ordinario o della sharia, che prevedono pene più lievi. Se il decreto non sarà tramutato in legge, sostengono, per il governo sarà più facile renderlo più morbido con lo scopo di facilitare i colloqui di pace con i talebani.

Secondo altri, il rischio maggiore di vedere annacquare la legge è proprio il passaggio parlamentare. Se i tradizionalisti e gli estremisti islamici riuscissero a ottenere la maggioranza potrebbero rendere la legge più morbida e in particolare, secondo la BBC, potrebbero ottenere la legalizzazione dello stupro legale se commesso all’interno del matrimonio. Il decreto presidenziale ha rappresentato una pietra miliare nella storia dell’Afghanistan, ma il suo impatto è rimasto in buona parte simbolico. La maggior parte degli afghani vive in zone rurali dove la povertà, il conflitto e l’attitudine conservatrice rendono difficile per le donne emanciparsi e ricorrere alla legge per tutelarsi dalla violenza.

I tribunali hanno tuttora la possibilità di decidere se perseguire i responsabili di violenza contro le donne seguendo le indicazioni del decreto presidenziale oppure secondo le più morbide leggi ordinarie. Secondo un rapporto dell’ONU tra il 2010 e il 2011 su 2.299 casi di violenza o di violazione che potevano ricadere sotto la giurisdizione del decreto presidenziale, i tribunali hanno aperto un’indagine nel 26 per cento dei casi, hanno chiesto un rinvio a giudizio nel 6 per cento dei casi e hanno utilizzato il decreto presidenziale come base per le loro sentenze di primo grado nel 4 per cento dei casi.