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  • giovedì 16 Maggio 2013

La riforma del lavoro in Francia

Più flessibilità, nuovi diritti per i lavoratori ma anche semplificazione dei licenziamenti: è stata approvata definitivamente, sinistra e sindacati protestano

Martedì 14 maggio il Senato francese ha definitivamente approvato – con 168 voti favorevoli e 33 contrari – la riforma del mercato del lavoro. Si trattava del secondo passaggio nell’aula del Senato: il provvedimento era già stato modificato in diversi punti dall’Assemblea nazionale. Secondo il governo la riforma dovrebbe migliorare la competitività, aumentare l’occupazione (i disoccupati hanno superato i 3 milioni) e fermare la recessione, fase in cui la Francia è entrata ufficialmente da ieri avendo ottenuto per due trimestri consecutivi una diminuzione del Prodotto Interno Lordo.

(La Francia è di nuovo in recessione)

Si tratta di una riforma molto contestata, a cui si sono opposti il Front de gauche (la sinistra all’opposizione) e alcuni sindacati (Force Ouvriere e Cgt) che si sono rifiutati di firmare un accordo nazionale chiuso l’11 gennaio, poi recepito nel testo definitivo del provvedimento. La riforma prevede delle modifiche sia per i dipendenti che per i datori di lavoro e si basa su una maggiore flessibilità, sulla semplificazione della riorganizzazione o della riduzione del personale in fase di crisi e su una serie di nuovi diritti per i lavoratori dipendenti.

Flessibilità, mobilità e licenziamenti
Il testo prevede la possibilità per le aziende in fase di “grave difficoltà” di negoziare temporaneamente con una parte maggioritaria dei rappresentanti sindacali (almeno il 50 per cento) gli orari di lavoro e il salario dei dipendenti. Questo consentirà ai lavoratori di mantenere il loro posto e alle aziende di non dover affrontare le procedure di licenziamento.

Viene inoltre facilitato il meccanismo dei piani di mobilità interna, per esempio tra diverse fabbriche della stessa impresa, a condizione di aver ottenuto l’accordo dei sindacati che rappresentano almeno il 30 per cento del personale: il datore potrà quindi chiedere ai dipendenti di accettare un cambiamento a parità di qualificazione e remunerazione. I lavoratori potranno inoltre, con il consenso del datore di lavoro e la garanzia di ritrovare lo stesso posto e la stessa paga, prendersi un periodo di aspettativa per andare a lavorare in un’altra azienda.

La riforma prevede anche una semplificazione della procedura dei licenziamenti: sia a livello individuale, per i dipendenti che non accetteranno le richieste di flessibilità e mobilità, sia a livello collettivo. Viene comunque mantenuto, in entrambi i casi, l’obbligo di ottenere un accordo maggioritario con i sindacati. La nuova legge riduce poi il tempo che i lavoratori avranno per rivolgersi a un tribunale in caso di controversia con il datore di lavoro: si passerà da cinque a due anni. Faranno eccezione i casi di molestie sessuali e quelli di discriminazione.

Diritti
La riforma prevede l’introduzione di una rappresentanza diretta dei lavoratori nei consigli d’amministrazione delle aziende che hanno più di 5mila dipendenti, la creazione di una serie di crediti formativi che accompagneranno i dipendenti lungo la loro carriera, indipendentemente dal posto di lavoro, e l’aumento dei contributi richiesti alle aziende sui contratti a breve e brevissimo termine.

La nuova legge prevede anche l’estensione a tutti i lavoratori dell’assistenza sanitaria integrativa (parzialmente pagata dalla imprese) e un ampliamento dell’accesso ai sussidi di disoccupazione in modo che chi è senza lavoro e ha ottenuto il sussidio non rischia di rinunciarvi se viene assunto solo temporaneamente o con un paga inferiore a quella del lavoro precedente. Gli sarà dunque permesso di accumulare le quote di sussidio non percepite.

E poi?
Dopo la notizia arrivata ieri di un secondo trimestre negativo per il PIL francese, la Commissione europea ha sollecitato il governo Hollande a portare avanti le riforme strutturali necessarie per ridurre il deficit. Secondo alcuni economisti per favorire una ripresa deve essere fatto molto di più, per esempio sul fronte delle liberalizzazioni: la Francia ha leggi che vietano l’apertura di molti negozi la domenica e questo sarebbe contro l’interesse dei lavoratori (che la domenica verrebbero pagati il doppio) e delle aziende stesse che sostengono di perdere clienti, che trovando chiuso decidono di acquistare online. Alcuni pensano anche che queste restrizioni costino alla Francia enormi quantità di entrate, provenienti soprattutto dal turismo. Infine l’accesso a molte professioni, come per esempio la guida di un taxi, è limitato da particolari licenze, e le procedure necessarie per avviare un’impresa ancora troppo complicate e onerose.

Foto: I dipendenti di Arkema Kem One, azienda petrolchimica di Marsiglia, durante una protesta contro i tagli annunciati nel luglio scorso, 14 maggio 2013 (AP Photo / Claude Paris)