La Londra di Pepys Road

L'inizio dell'ultimo romanzo di John Lanchester, che descrive gli sviluppi urbani e sociali londinesi di questi anni

Pepys Road (Capital, nella versione originale uscita nel Regno Unito un anno fa) è l’ultimo romanzo dello scrittore britannico John Lanchester, pubblicato da poco in Italia da Mondadori. Racconta le storie di diversi personaggi che vivono in un quartiere di Londra a sud del Tamigi in grande sviluppo culturale e sociale, e racconta molto la stessa Londra di questi anni. Pepys Road esiste davvero, ma Lanchester ne ha reinventato la storia, introdotta nel prologo del romanzo.

All’alba di un mattino di fine estate, un uomo con felpa e cappuccio si aggirava a passi lenti e silenziosi per un’anonima via del sud di Londra. Stava facendo qualcosa, ma per chi l’avesse visto sarebbe stato difficile indovinare che cosa. Un po’ si avvicinava furtivo alle case, un po’ se ne allontanava. Un po’ guardava in giù, un po’ guardava in su. Chi l’avesse osservato con attenzione avrebbe potuto notare che il giovane aveva con sé una piccola videocamera ad alta definizione – solo che non c’era nessuno a osservarlo. A parte il giovane, la via era deserta. Anche i più mattinieri non si erano ancora alzati, e quel giorno non c’era la consegna del latte a domicilio e neanche la raccolta dei rifiuti. Forse lui lo sapeva, e il fatto che stesse filmando le case proprio in quel momento non era una coincidenza.

La strada in cui stava filmando si chiamava Pepys Road. Somigliava a tante altre vie di quella zona della città. Le case risalivano quasi tutte alla stessa epoca. Erano state costruite da un imprenditore edile alla fine dell’Ottocento, negli anni del boom seguiti all’abolizione della tassa sul mattone. L’imprenditore aveva assoldato un architetto della Cornovaglia e dei muratori irlandesi e le case erano state costruite nel giro di diciotto mesi. Erano palazzine a tre piani, e non ce n’erano due identiche, perché l’architetto e i suoi operai avevano inserito minuscole varianti nella forma delle finestre o dei camini, o nelle rifiniture. Come riportava una guida all’architettura della zona: “Una volta notato, è interessante osservare gli edifici per individuare le piccole differenze”. Quattro fra le case della via avevano le finestre su entrambi i lati dell’ingresso, ed erano grandi il doppio delle altre; inoltre, considerando che lo spazio è un lusso, valevano il triplo di quelle con le finestre su un solo lato. Il giovane pareva particolarmente interessato a filmare queste case più grandi e costose.

Gli immobili di Pepys Road erano stati costruiti per un mercato ben preciso: l’idea era che avrebbero dovuto attrarre famiglie piccolo-borghesi disposte ad abitare in una zona poco prestigiosa in cambio di una casa a schiera sufficientemente grande da poter alloggiare i domestici. Nei primi tempi gli abitanti non erano avvocati, notai o medici, ma loro dipendenti: persone rispettabili, che aspiravano a migliorare il proprio status. Nei decenni successivi, la composizione demografica oscillò per età e ceto, e la via fu più o meno ambita da giovani famiglie in ascesa sociale a seconda che la zona acquistasse o perdesse valore. Durante la Seconda guerra mondiale il quartiere fu bombardato, ma Pepys Road venne risparmiata fino al 1944, quando un razzo V-2 la colpì, distruggendo due case più o meno a metà della via. Quel buco rimase a lungo, come un paio di incisivi mancanti, finché negli anni Cinquanta non fu costruito un nuovo immobile con balconi e portefinestre, un pugno nell’occhio in mezzo all’architettura vittoriana. Nel corso di quel decennio, in quattro case della via abitavano famiglie appena arrivate dai Caraibi, i cui padri lavoravano tutti per l’azienda dei trasporti pubblici londinesi. Nel 1960 un piccolo tratto irregolare di terreno erboso a un’estremità di Pepys Road, vuoto da quando l’edificio che vi sorgeva era stato abbattuto dalle bombe tedesche, fu cementificato, e vi fu costruito un negozietto, con due stanze al piano terra e due al piano di sopra.

Difficile indicare il momento esatto in cui Pepys Road cominciò la sua scalata sociale. Si potrebbe ipotizzare che si accodò al crescere della prosperità britannica, emergendo dalla scialba crisalide dei tardi anni Settanta per trasformarsi in una farfalla dai colori squillanti nel decennio thatcheriano e nel corso del lungo boom economico che seguì. Ma non era quella l’impressione di chi vi abitava – anche perché le persone che vi abitavano andavano cambiando. Con il lento aumentare dei prezzi delle case, i lavoratori, indigeni e immigrati, vendettero e si trasferirono, di solito in cerca di case più spaziose e in zone più tranquille, dove abitava gente come loro. I nuovi arrivati erano generalmente famiglie più borghesi, i cui mariti avevano lavori pagati in modo decente ma non eccezionale, e le cui mogli si occupavano dei figli – perché quelle erano ancora case, come sempre erano state, ambite da famiglie giovani. Poi, con l’aumentare dei prezzi e il mutare dei tempi, i nuovi arrivati cominciarono a essere famiglie in cui lavoravano entrambi i genitori, che affidavano i figli a qualcun altro, fuori o dentro casa.

I proprietari delle case cominciarono a ristrutturare, non all’occorrenza come nei decenni precedenti, ma con interventi sistematici, abbattendo i muri e creando spazi aperti, secondo la moda che si era affermata negli anni Settanta e che in effetti non è più tramontata. Le soffitte vennero rese abitabili; quando negli anni Ottanta il consiglio comunale si spostò a sinistra e non concesse più i permessi per quel tipo di interventi, alcuni abitanti della zona si associarono per intraprendere un’azione legale comune, vincendo una causa che sancì il diritto a espandere le case in altezza e stabilendo un precedente. La loro argomentazione era in parte che quelle case erano state costruite per famiglie, e che riattare le soffitte era assolutamente nello spirito con cui le case erano state costruite – il che era vero. Nelle case della via c’erano sempre lavori in corso: cassoni per i calcinacci sui marciapiedi, camion delle imprese edili in mezzo alla strada, impalcature, e un costante battere spaccare trapanare martellare e rombare, oltre al chiacchiericcio delle radioline accese dei muratori. Le attività rallentarono un po’ nel 1987, dopo il tracollo del settore immobiliare, ma ripresero dieci anni dopo. Verso la fine del 2007, dopo parecchi anni di un nuovo boom, capitava spesso che nella via ci fossero contemporaneamente due o tre case in ristrutturazione. La nuova moda era costruire seminterrati abitabili, a un costo che partiva da un minimo di 100.000 sterline. Ma, come amavano precisare le persone che scavavano nelle fondamenta della propria casa, quei lavori, anche se bisognava spendere centinaia di migliaia di sterline, facevano aumentare il valore dell’immobile almeno di altrettanto, perciò, da un certo punto di vista – e, dal momento che molti dei nuovi residenti lavoravano nella City, si trattava di un punto di vista piuttosto diffuso – la ristrutturazione dei seminterrati era a costo zero.

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