Berlusconi è ineleggibile?

C'entra una legge del 1957 che nel caso di Berlusconi non è stata applicata in passato, ma stavolta potrebbe essere un po' diverso

Mercoledì 23 marzo il bimestrale MicroMega, diretto da Paolo Flores d’Arcais, ha promosso una manifestazione – definita curiosamente “francescana” sul sito della rivista – “Per la Costituzione e l’ineleggibilità di Berlusconi”: l’iniziativa segue una campagna di raccolta firme per l’applicazione di una legge del 1957 in base alla quale Silvio Berlusconi sarebbe ineleggibile come parlamentare.

La raccolta firme è iniziata il primo marzo 2013 con un appello di MicroMega che ha ricevuto oltre 220 mila adesioni, tra cui quella del giurista Stefano Rodotà, il cui nome è molto circolato negli ultimi giorni come possibile presidente del Consiglio o ministro o addirittura presidente della Repubblica. Oltre alle firme, sulla questione si è creato anche un caso politico nelle ultime settimane, dato che i parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno detto che voteranno per l’ineleggibilità e anche qualcuno del PD si è detto possibilista (tra questi Luigi Zanda, neocapogruppo dei democratici al Senato).

Che cosa dice la legge 361 del 1957
La legge in questione è il Decreto del Presidente della Repubblica numero 361 del 1957 [PDF], che contiene le norme per l’elezione della Camera dei Deputati. Il comma 1 dell’articolo 10, l’ultimo che espone le cause di ineleggibilità per i deputati, dice:

Non sono eleggibili inoltre:
1) coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta.

In breve: chi è titolare di concessioni pubbliche – “in proprio o in qualità di rappresentante legale di società”, dice la legge – non è eleggibile. Sulla questione, in tempi non sospetti, si era pronunciata anche la Corte costituzionale. Con la sentenza n. 42 dell’11 luglio 1961, la Corte aveva precisato che l’ineleggibilità di chi ha concessioni pubbliche è motivata da un possibile conflitto di interessi, perché i concessionari non darebbero sufficienti garanzie di imparzialità nelle loro funzioni di deputati.

Non c’è dubbio invece che le frequenze televisive, che sono di proprietà dello Stato e che possono essere date in concessione ai privati solo dal 1990 (con la legge Mammì, su cui torniamo tra poco) dopo un lungo periodo di incertezza normativa iniziato cinque anni prima, siano “di notevole entità economica”. In precedenza le uniche emittenti televisive e radiofoniche autorizzate erano quelle statali. Le frequenze sono state assegnate nel 1992 e poi nel 1999. Mediaset, in base a una contestata legge del 1999, paga allo Stato l’1 per cento del suo fatturato (che era di 4,2 miliardi di euro nel 2011) per poter utilizzare le frequenze.

Il punto è se Berlusconi sia ineleggibile in quanto impresario televisivo, una questione che sembra più complessa di come appare, perché già in molte occasioni precedenti la Giunta per le elezioni della Camera si è espressa in suo favore.

La questione legale
Il problema infatti era già emerso al momento della prima candidatura di Silvio Berlusconi alla Camera dei Deputati, nel marzo del 1994, e poi ancora nel 1996 e nel 2001. Già allora c’era stata una campagna per l’ineleggibilità di Berlusconi, con molti degli attuali promotori e sostenuta dall’Espresso, che aveva presentato un ricorso in materia.

Come riporta lo stesso MicroMega, il ricorso del 1994 venne respinto dalla Giunta delle elezioni della Camera, sulla base della seguente interpretazione della legge: Berlusconi non è titolare di concessioni televisive “in nome proprio”, cioè direttamente, in prima persona, né come “rappresentante legale di società”, e dunque la legge del 1957 non si applica.

C’è un particolare interessante a proposito di quella votazione: l’appello di MicroMega dice che l’unico voto contrario fu quello di Luigi Saraceni dell’Ulivo, che faceva effettivamente parte di quella giunta, ma le cronache dell’epoca – che dedicarono al voto solo un trafiletto – dicono che i voti contrari furono 4 e due astenuti, in una seduta peraltro molto poco partecipata (19 componenti su 30).

Ad ogni modo, secondo l’interpretazione del 1994, chi non era eleggibile era Fedele Confalonieri, amministratore e attuale presidente del gruppo Mediaset, mentre Silvio Berlusconi, che era in effetti il proprietario della società dato che ne era il maggior azionista, non aveva problemi di eleggibilità. Allora la Giunta era a maggioranza di centrodestra (come nel 2001) e doveva valutare, oltre al caso di Berlusconi, anche quelli di Cecchi Gori, Dell’Utri, Previti e alcuni altri; nel 1996 invece era a maggioranza di centrosinistra, ma i ricorsi vennero ugualmente respinti.

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