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  • lunedì 17 Dicembre 2012

Come la pensa Napolitano

Il testo integrale del discorso di oggi sulla fine anticipata della legislatura, il bilancio del governo Monti e su chi darà l'incarico al prossimo presidente del Consiglio

Giorgio Napolitano ha rivolto oggi al Quirinale uno dei suoi ultimi rilevanti discorsi da presidente della Repubblica, peraltro in una fase politica piuttosto delicata, durante la tradizionale cerimonia di auguri alle alte cariche dello Stato. Napolitano ha parlato diffusamente della crisi politica delle ultime settimane e ha detto che, contrariamente a quanto si era affermato negli ultimi mesi, anche a fronte della fine anticipata della legislatura sarà a lui a dare l’incarico al nuovo presidente del Consiglio e non si dimetterà prima della fine del suo settennato.

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A voi tutti rivolgo il più cordiale saluto e ricambio vivissimi auguri per Natale e il Nuovo Anno. Uno speciale ringraziamento a lei, Presidente Schifani, non solo per i generosi apprezzamenti indirizzati alla mia persona ma per quel comune sentire manifestatosi e radicatosi sempre di più nel rapporto tra noi, nell’esercizio – insieme col Presidente della Camera – di responsabilità condivise al vertice delle istituzioni repubblicane.

Signore e Signori, ci incontriamo questa volta alla vigilia della conclusione della XVI legislatura. E se è solo con lieve anticipazione rispetto alla scadenza naturale che stanno per essere sciolte le Camere, brusca è stata di certo l’accelerazione impressa dall’annuncio, l’8 dicembre scorso, delle dimissioni del Presidente del Consiglio Monti. Questi ha ritenuto di non poter continuare nella sua azione di governo, dopo che il PdL – il maggiore dei tre partiti sul cui consenso e sostegno in Parlamento essa si fondava – aveva deciso di astenersi dalle previste votazioni di fiducia considerando conclusa l’esperienza del governo nato nel novembre del 2011.

Quando, fin dall’inizio di questo autunno, avevo colto i segni del crescere di difficoltà e tensioni nei rapporti tra le forze di maggioranza e tra queste e il governo, mi ero premurato di rivolgere pubblicamente l’invito a “una costruttiva conclusione della legislatura ancora in corso, così da portare avanti la concreta attuazione degli indirizzi e dei provvedimenti definiti dal governo e sottoposti al Parlamento”. Ero ben consapevole della pressione che su formazioni politiche tra loro diverse e concorrenti esercitava l’avvicinarsi delle elezioni per il nuovo Parlamento, e che esercitava anche l’acuirsi di un diffuso disagio economico e sociale. E tuttavia ritenevo necessario adoperarmi perché il responsabile impegno di quanti avevano garantito al governo Monti la maggioranza in Parlamento, potesse continuare fino al completamento di un ciclo di attività il cui limite era comunque segnato dall’esaurirsi della XVI legislatura entro l’aprile 2013.

Il mio invito e il mio sforzo erano motivati dalla convinzione, che mi ha guidato nell’esercizio del mio mandato di Presidente, del grande, decisivo valore per il nostro paese della continuità e stabilità istituzionale. Un valore spesso trascurato nel corso della nostra storia repubblicana, (e per quanti, me compreso, ne siano stati partecipi, potrei dire: scagli la prima pietra chi non l’ha trascurato).

Fui mosso da quella convinzione quando nell’autunno del 2011, dinanzi al venir meno della coesione effettiva della maggioranza e della compagine di governo guidate dall’on. Berlusconi, mi studiai di evitare l’aprirsi in modo traumatico di un vuoto istituzionale e il precipitare verso elezioni anticipate in una fase critica e pericolosa per la posizione, non solo finanziaria, dell’Italia. Non occorre ricordare come si giunse allora a una nuova soluzione di governo, fuori dell’ordinario ma non senza precedenti, e certo nell’ambito costituzionale della democrazia parlamentare in quanto al Parlamento si rimettevano le sorti dell’esecutivo e di ogni provvedimento di legge da esso deliberato. E d’altronde non è forse bastato il ritiro della fiducia di una componente essenziale della maggioranza per segnare la fine del governo presieduto dal senatore Monti?

Questa conclusione non piena, questa interruzione in extremis dell’esperienza iniziata 13 mesi orsono, non può tuttavia oscurarne la fecondità, al di là del rammarico e della preoccupazione che il suo brusco esito finale ha suscitato anche in chi vi parla in quanto Capo dello Stato.

I giudizi sui risultati ottenuti in un campo o nell’altro possono legittimamente divergere, e può darsi che si facciano ancor più divergenti, magari nell’imputazione delle rispettive colpe, tra le forze politiche nel fuoco della battaglia elettorale. E’ eccessivo mettere in guardia, come in questo momento faccio, perché in quel fuoco polemico non si bruci il recupero di fiducia nell’Italia che si è manifestato negli ultimi tempi in Europa, nella comunità internazionale e negli stessi, pur poco trasparenti, mercati finanziari? Attenzione, in giuoco è il paese, è il nostro comune futuro, e non solo un fascio di voti per questo o quel partito.

D’altra parte, nessuno dei soggetti politici che hanno fino a ieri fatto vivere e operare questo governo, dovrebbe avere interesse ad annullare il contributo dato anche a prezzo di limiti, sacrifici e rischi responsabilmente accettati. Ricordiamolo, e vorrei che a ciò prestasse ascolto anche il mondo dell’informazione: partiti e Parlamento, bersagli abituali di critiche fondate ma anche di attacchi distruttivi basati su molte approssimazioni e omissioni, hanno dato prova di un assai elevato senso di responsabilità per aspetti essenziali. Dopo aver reso possibile, a larga maggioranza, la nascita di un governo di cui non avevano ritenuto di far parte, i tre partiti che hanno scelto di sorreggere l’impegno del governo Monti, hanno approvato, con un alto numero di voti di fiducia e in tutte le votazioni ordinarie, provvedimenti severi sul piano del rigore fiscale e sul piano delle riforme coerenti con un comune disegno europeo: li hanno approvati, dopo averli discussi nella loro complessità (e, talvolta, ridondanza normativa), modificandoli incisivamente. Lo hanno fatto il Popolo delle Libertà, il Partito Democratico, l’Unione di Centro per il Terzo Polo.

Il bilancio della legislatura che sta per chiudersi andrà fatto con grande attenzione: ben valutando tutte le innovazioni introdotte nel nostro ordinamento per effetto e nel quadro di intese intervenute in sede europea. E non parlo solo dell’ultimo anno: basti ricordare la legge 196 del 2009 e la legge 39 dell’aprile 2011, che hanno radicalmente modificato la normativa riguardante il ciclo di bilancio. Il Parlamento ha poi, più di recente, approvato – redigendola con grande ponderazione – la legge di riforma costituzionale (la sola importante adottata in questi 5 anni) che ha introdotto nella nostra Carta fondamentale, all’art. 81, il principio del pareggio di bilancio : e saluto lo sforzo grazie al quale in questi giorni se ne stanno varando le norme di attuazione.

Un attento consuntivo dell’attività della XVI legislatura dovrà considerare anche altri risultati legislativi non riguardanti la sfera economico-finanziaria, e poco valorizzati se non ignorati.

Ma ben più complesso e critico è il discorso da fare oggi rispetto all’evoluzione del sistema politico. In questi giorni, sulle colonne di un quotidiano, si sono amichevolmente richiamate le aspettative che un anno fa – in occasione di questo stesso tipo di tradizionale incontro – avevo enunciato. L’aspettativa, soprattutto, che – avviandosi e consolidandosi un clima più disteso nei rapporti politici – si producesse un sussulto di operosità riformatrice e anche un moto di rinnovamento dei partiti, del loro modo di essere, del loro rapporto con i cittadini e con la società. Si trattava – debbo dire oggi – di aspettative troppo fiduciose o avanzate, rispetto alle quali si è fatto sentire tutto il peso di resistenze ed ostacoli profondamente radicati, di antichi ritardi, di lenti e stentati processi di maturazione.

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