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  • martedì 4 dicembre 2012

La soldatesse americane contro il Pentagono

Negli Stati Uniti le donne dell'esercito non possono partecipare ad azioni di combattimento, ma ora qualcosa si sta muovendo (e come funziona in Italia?)

La scorsa settimana quattro soldatesse americane hanno incaricato l’ACLU (American Civil Liberties Union), un’organizzazione non governativa a difesa dei diritti civili e delle libertà individuali negli Stati Uniti, di depositare una causa alla Corte Federale di San Francisco contro il Pentagono. Le soldatesse chiedono una cosa apparentemente ovvia: poter combattere per l’esercito di cui fanno parte. La Difesa degli Stati Uniti impone infatti delle restrizioni nei confronti delle donne nell’esercito, alle quali è vietata l’azione diretta sul campo.

Il maggiore Mary Jennings Hegar, una delle quattro soldatesse ad aver promosso la causa, era in missione in Afghanistan quando il veicolo sul quale viaggiava, che trasportava dei militari feriti, fu attaccato. Nonostante fosse stata colpita da un proiettile portò a termine la missione e per questo motivo guadagnò la Purple Heart, la medaglia che viene conferita ai militari americani che si sono distinti in battaglia. Ma in realtà Hegar, che è stata in Afghanistan tre volte, in quel momento non era ufficialmente impiegata in un’operazione militare sul campo. Molte operazioni infatti, pur non essendo tecnicamente sul campo, comportano rischi per i militari. Per questo motivo le quattro soldatesse ritengono che le restrizioni imposte dalla Difesa statunitense siano incostituzionali, anche perché, dato che le donne costituiscono il 14 per cento di tutti i soldati americani attivi (un milione e 400 mila), viene di fatto vietato loro l’accesso a 238 mila professioni e la possibilità di ricoprire posizioni di rilievo e ottenere promozioni.

A partire dal 1994 il Pentagono decise di restringere le regole per le soldatesse vietando loro il combattimento diretto, motivandolo con problemi di gestione e con la volontà di difenderne l’incolumità. Anche le donne, però, muoiono in guerra: soltanto nelle missioni in Iraq e in Afghanistan, nelle quali sono state dispiegate 290 mila soldatesse statunitensi, almeno 860 sono state ferite e 144 uccise. In Afghanistan le donne assegnate alle truppe speciali hanno partecipato a pieno titolo ad azioni sul campo, affrontandone i rischi, perquisendo le donne (ai militari uomini è vietato nei paesi musulmani) e interrogandole per ottenere informazioni.

Secondo la Corte Suprema la discriminazione nel settore pubblico deve avere «una giustificazione fondata (…) che superi le differenze di genere». È su questo che sta facendo leva l’avvocato che rappresenta le quattro soldatesse, oltre a fare appello al Quattordicesimo Emendamento, che garantisce a tutti i cittadini protezione secondo i termini della legge.

Al di là degli Stati Uniti, le donne hanno sempre ricoperto diversi compiti all’interno delle organizzazioni militari ma il loro ruolo è stato ufficializzato soltanto negli ultimi cinquant’anni: la maggior parte di loro è stata sempre impiegata nella categoria degli ufficiali medici e in ruoli di supporto. Dagli anni Settanta in poi molti eserciti occidentali hanno iniziato ad assegnare alle donne anche ruoli tecnici ed operativi. Oggi i paesi che permettono alle donne di avere ruoli operativi sul campo sono: Australia, Nuova Zelanda, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Italia, Germania, Norvegia, Israele, Serbia, Svezia e Svizzera.

L’Esercito Italiano nel 1992 iniziò i primi test per capire come l’opinione pubblica avrebbe reagito alla presenza delle donne militari nelle forze armate, organizzando varie prove di addestramento. La legge 380, che permise ufficialmente l’inserimento delle donne nelle forze armate e diede il via al servizio militare femminile volontario, fu approvata solo nel 1999. Si decise di assegnare gli incarichi in maniera equa, destinando le donne sia all’area operativa che a quella logistica. Dopo più di dieci anni dall’ingresso delle donne nell’Esercito italiano, la componente femminile ha superato le 7.200 unità, rappresentando così circa il 7 per cento di tutto il personale delle forze armate. Le donne militari italiane possono partecipare ai concorsi per diventare ufficiali e sottufficiali in servizio permanente, e militari di truppa in servizio volontario nella Marina Militare, nell’Esercito Italiano o nell’Aeronautica Militare.

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