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  • sabato 22 Settembre 2012

Le aziende giapponesi e l’adozione

Le grandi società giapponesi restano quasi sempre in famiglia, e quando non ci sono eredi maschi entra in gioco un'antica tradizione per conservare il cognome

Suzuki è il quarto produttore di auto del Giappone (dopo Toyota, Nissan e Honda) e uno dei maggiori del mondo. Il suo presidente e amministratore delegato è da più di vent’anni l’82enne Osamu Suzuki, che ha reso grande l’azienda e che è celebre per la sua tirchieria. Suzuki è entrato nell’azienda alla fine degli anni Cinquanta.

Il modo in cui entrò in Suzuki è però piuttosto inusuale: il fondatore dell’azienda automobilistica, Michio Suzuki, aveva tre figlie e la maggiore, a sua volta, cinque figlie. Per salvare la linea “maschile” nella conduzione della società, fondata nel 1909, una delle nipoti si sposò – in un matrimonio combinato – con Osamu Matsuda, che prese il cognome della moglie.

Si tratta di una pratica tutt’altro che rara in Giappone, che coinvolge alcune delle maggiori aziende del paese, e di cui si è occupato nei giorni scorsi un articolo di BBC Magazine.

Questa pratica dell’adozione di adulti per continuare dinastie familiari e soprattutto commerciali si chiama muko yoshi, letteralmente “sposo adottato”. Secondo questa tradizione, una famiglia che non ha figli maschi può adottare legalmente il marito di una delle figlie, che prende il cognome e i diritti-doveri legali di un figlio naturale. La pratica esiste da secoli ed era particolarmente diffusa tra le famiglie dei ricchi commercianti del Giappone occidentale, secondo quanto scrive BBC. Anche grazie a questo, il Giappone è al secondo posto nella classifica mondiale delle adozioni: oltre 80.000 all’anno, ma per la maggior parte si tratta di maschi adulti che hanno venti o trent’anni.

Osamu Suzuki è il quarto presidente della società ad essere adottato, ma la pratica è molto comune, dato che la maggior parte delle società giapponesi tende a rimanere di proprietà di una famiglia. Tra i molti esempi, ci sono Toyota e Canon.

Il muko yoshi ha comunque una spiegazione nella storia del Giappone, spiega BBC. Fino a poco più di cento anni fa, i giapponesi non avevano un proprio cognome tranne rari casi di famiglie di samurai, e la pratica di assegnarne uno che venisse passato di padre in figlio arrivò solo quando il Giappone si modernizzò molto rapidamente nella seconda metà dell’Ottocento. Prima di allora, il cognome era una sorta di soprannome o onorificenza legata a meriti particolari, e tutt’oggi diverse persone non sembrano particolarmente affezionate al proprio.

C’è un altro aneddoto a proposito di questa tradizione. Secondo il Guinness dei primati, il negozio a conduzione familiare più antico del mondo – nonché l’albergo più antico – si trova ad Awazu, nella prefettura di Ishikawa (Giappone orientale). Si chiama “Hoshi” ed è stato fondato nel 717. Secondo la leggenda, un monaco buddista venne visitato in sogno dalla divinità del monte Haku che gli disse di andare ad Awazu. Il monaco ci andò e il suo allievo, Garyo Hoshi, fondò e gestì per tutta la sua vita un piccolo albergo che prese il suo nome. Garyo Hoshi fu il primo a scegliere un successore adottandolo e dandogli il nome Zengoro. Da allora, per 1.300 anni e 46 generazioni senza interruzioni, il proprietario dell’albergo si chiama Zengoro Hoshi, e per mantenere la tradizione si è ricorsi più volte alla pratica del muko yoshi.

Foto: Osamu Suzuki
(ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)