Perché si è altruisti?

Per tre motivi concreti, spiega oggi Tzvetan Todorov su Repubblica, più uno lungimirante: per egoismo

Tzvetan Todorov è un filosofo nato a Sofia nel 1939 che ha studiato a Parigi con Roland Barthes. Ora è direttore di ricerca onorario del Centre national de la recherche scientifique (CNRS) di Parigi, ed è un intellettuale ammirato e celebrato in mezzo mondo. Nei suoi ultimi lavori si è occupato della categoria di “alterità” e del rapporto tra individui che appartengono a culture e gruppi sociali diversi. In un articolo tradotto e pubblicato oggi su Repubblica, Todorov riflette sulle spinte all’altruismo e alla generosità per il prossimo, e alle spiegazioni troppo schematiche che di solito vengono date a queste spinte. La spinta alla cooperazione dipende, secondo Todorov, da tre diverse variabili: “il grado di prossimità tra il benefattore e il beneficiario; il posto che occupa la vittima nella scala del potere; la gravità del disastro”. L’altruismo, scrive poi, può trovare stimolo anche nella consapevolezza (egoistica) che essere generosi possa essere alla lunga vantaggioso anche per noi.

La popolazione degli stati europei è costantemente sollecitata a venire in aiuto di coloro che stanno peggio, vittime di catastrofi naturali, o di guerre civili e internazionali, o dell’incuria dei loro dirigenti. Ma dove trovare delle ragioni per andare a soccorrere gli altri, e dunque accettare dei sacrifici?
Prima risposta suggerita: nella morale. La grande tesi delle religioni monoteiste, ripresa dalla maggioranza delle correnti filosofiche, è che la natura umana è cattiva: se l’uomo fosse subito virtuoso, a che pro caricarsi un dio? In quest’ottica, la morale è un’acquisizione tardiva e artificiale; il comportamento delle bestie è inevitabilmente bestiale, il progresso dell’umanità consiste nel distaccarci dalla nostra condizione animale. Senza costrizione, controllo, educazione, gli esseri umani si comportano da puri egoisti, come aggressori senza scrupoli, impegnati a lottare, nel corso della loro intera esistenza, per la conquista di un posto migliore.

Questa opposizione tra natura e morale, realtà e volontà, comporta un rischio: che rinunciamo a costruire una diga per frenare i nostri desideri e scegliamo invece di conformarci a ciò che la scienza ci insegna sulla natura del mondo. I difensori di questa opinione hanno creduto di trovare un solido appoggio nelle teorie di Darwin e dei suoi discepoli sull’evoluzione delle specie. Dato che, per migliorare la specie, i deboli e i “difettosi” vengono eliminati presso le altre specie animali, non dovremmo procedere allo stesso modo anche nel caso degli umani? Nei primi decenni del secolo XX, numerosi paesi occidentali (Stati Uniti, Canada, paesi scandinavi) hanno già votato delle leggi eugeniste e proceduto a delle sterilizzazioni forzate. La Germania nazista ha adottato una politica di sterminio di individui e di razze ritenuti inferiori. Ai nostri giorni, trasferiamo gli stessi principi in altri campi: dato che la competizione dice la verità della vita, affermano i teorici del neoliberalismo, la società migliore è quella che lascia libero corso alla concorrenza e al mercato libero da ogni costrizione.

(Continua a leggere sulla rassegna del sito Diritti Globali)

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