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  • sabato 7 luglio 2012

Le elezioni a Timor Est

Oggi si vota per eleggere il primo parlamento nella storia del paese, indipendente dal 2002 dopo una lunga occupazione dell'Indonesia e una guerra civile

di Nadia Ferrigo

A Timor Est, piccola repubblica del sud est asiatico, si vota sabato per il primo parlamento democraticamente eletto nella tormentata storia del paese verso l’indipendenza. Quando nel 1975 Timor Est, la parte orientale dell’isola di Timor, si liberò dal colonialismo portoghese, iniziò un lungo periodo di brutale occupazione indonesiana. In meno di trent’anni vennero uccise oltre 250 mila persone, più del 25 per cento della popolazione.

Se le elezioni si svolgeranno senza violenze né violazioni delle norme internazionali, l’UNMIT, la missione delle Nazioni Unite a Timor Est, si potrà ritirare a fine dicembre, così come stabilito d’accordo con il nuovo governo. Il primo intervento di un contingente internazionale nel paese risale al 1999, quando il governo indonesiano fu costretto da sempre più insistenti pressioni internazionali a indire un referendum per concedere l’indipendenza. Il 78 per cento dei timoresi si espresse a favore, ma questo non bastò a ristabilire la pace.

Subito dopo il voto, iniziò una serie  di violenti attacchi alla popolazione civile da parte dei militari rimasti fedeli all’Indonesia, che rasero al suolo tutte le infrastrutture e bruciarono l’85 per cento degli edifici. Timor Est, un paese a maggioranza cattolica in un’area prevalentemente musulmana, riuscì a conquistare l’indipendenza solo nel 2002. Nello stesso anno fu eletto capo del governo Xanana Gusmao, leader del movimento di guerriglia indipendentista. Venne costituito un esercito nazionale, dal quale però rimasero in gran parte esclusi proprio i guerriglieri indipendentisti, mentre vennero reclutati i poliziotti già al servizio dell’Indonesia. E così nel 2006 i soldati si ribellarono nuovamente al governo e cominciò una guerra civile.

A differenza delle elezioni del 2007, che si svolsero in un clima di grande tensione, le condizioni sono più promettenti. Quest’anno ci sono stati i festeggiamenti per l’anniversario dei dieci anni dell’indipendenza e i due turni delle elezioni presidenziali – a marzo e aprile –  si sono svolti pacificamente. Il nuovo presidente della Repubblica, un ruolo più che altro simbolico, è Taur Matan Ruak, ex leader della guerriglia antindonesiana, che ha vinto con il 61 per cento dei voti.  Ora si è arrivati alla terza elezione, la più delicata.

Come racconta Michael Lech sul quotidiano australiano Canberra Times la campagna elettorale si è svolta in un clima di vivace competizione, con comizi che assomigliano più a partite di calcio, con volti dipinti con i colori del partito, bandiere portate come mantelli e slogan elettorali scanditi a gran voce. I partiti politici sono 18, ma le coalizioni maggiori sono il FRETILIN, Fronte Rivoluzionario per Timor-Leste indipendente, e il CNRT, Congresso Nazionale per la Ricostruzione di Timor Est, guidato da Xanana Gusmao, eroe nella lotta per l’indipendenza dall’Indonesia e ora primo ministro. È probabile che nessuna delle parti otterrà la maggioranza assoluta e si dovrà formare una coalizione di governo.

L’UNMIT assicura il pacifico svolgimento delle elezioni, con un supporto politico ma anche logistico: i caschi blu porteranno in elicottero schede elettorali e inchiostro indelebile nelle aree più difficilmente raggiungibili del paese. Sparsi per il mondo, ci sono 166 staff elettorali dell’ONU che lavorano per assicurare lo svolgimento pacifico delle elezioni in zone a rischio. A Timor Est ci sono 21 ufficiali internazionali, 8 timoresi e 129 membri dell’UNVs, l’International United Nations Volunteers. Il numero dei membri dello staff delle Nazioni Unite si è significativamente ridotto dalle elezioni del 2007, quando erano impiegate più di 600 persone.

I cittadini di Timor che andranno alle urne sono oltre 600 mila. Il parlamento ha una sola camera: il numero dei seggi in Parlamento può variare da un minimo di 52 ad un massimo di 65. Ora i membri sono 88, ma si tratta di un’anomalia dovuta al periodo di transizione che il paese sta attraversando.

foto: AP Photo/Binsar Bakkara

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