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  • mercoledì 6 Giugno 2012

Le prime pagine di Fahrenheit 451

«Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse»

Ray Bradbury è morto oggi a 91 anni: è stato uno degli scrittori americani più famosi del Ventesimo secolo, conosciuto come uno dei più importanti autori di fantascienza di sempre e soprattutto per il romanzo Fahrenheit 451 (la temperatura alla quale la carta dei libri prende fuoco). Il libro venne pubblicato nel 1953 e nel 1956 in Italia: racconta un futuro  in cui tutti i libri saranno bruciati dai governi per addomesticare gli esseri umani. Racconta dunque un luogo dove tutto è il contrario dell’utopia e di come le cose dovrebbero essere, e per questo il romanzo viene considerato uno degli esempi più importanti del filone “distopico”.

(15 copertine di Fahrenheit 451)

***

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla stolida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo. egli camminava dentro una folata di lucciole. Voleva soprattutto, come nell’antico scherzo, spingere un’altea su un bastone dentro la fornace, mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.
Montag ebbe il sorriso crudele di tutti gli uomini bruciacchiati e respinti dalla fiamma.
Sapeva che quando fosse ritornato alla sede degli incendiari avrebbe potuto ammiccare a se stesso, specie di giullare negro, sporco di carbon fossile, davanti allo specchio. Poi, all’atto di coricarsi, si sarebbe sentito quel sorriso, una sorta di smorfia, ancora artigliato nei muscoli facciali, al buio. non scompariva mai, quel sogghigno, non se n’era andato mai nemmeno una volta per quanto riandasse con la memoria al passato.

Appese il nero elmetto color coleottero e si mise a lustrarlo; appesa poi la giubba antincendio, con molta cura, si abbandonò lungamente alle gioie di una doccia; poi, fischiettando, le mani in tasca, attraversò il piano superiore della casa del fuoco e cadde nel buco. All’ultimo momento, quando il disastro sembrava inevitabile, tolse le mani di tasca e interruppe la caduta afferrandosi al palo dorato. Scivolò fino a fermarsi con un suono stridulo, con i talloni a due centimetri dal pavimento di cemento del pianterreno.
Uscì quindi dalla casa del fuoco e si diresse per la strada notturna – era mezzanotte – verso la ferrovia sotterranea, dove il silenzioso convoglio ad aria compressa, scivolando come un’ombra dentro il suo budello bene oleato nelle viscere della terra, lo rigurgitò con uno sbuffo possente d’aria calda sulla scala mobile dal pavimento color crema, che saliva verso la superficie, nella zona suburbana.
Zufolando, si lasciò sollevare dalla scala mobile nell’aria pesante della notte e si spinse verso la cantonata, non pen- sando a nulla di speciale. Prima di giungere alla cantonata, tuttavia, rallentò, come se un gran vento si fosse sollevato chi sa dove, come se qualcuno lo avesse chiamato per nome.
In quelle ultimissime notti aveva avuto le sensazioni più vaghe e insolite sul marciapiede là, appena passato l’angolo, mentre alla luce delle stelle si dirigeva verso casa sua. Un istante prima di girare l’angolo, gli pareva di avvertire la presenza di qualcuno. L’aria sembrava carica di una calma particolare, quasi che qualcuno fosse stato là, in attesa, in silenzio, e solo un istante prima che egli comparisse si fosse semplicemente trasformato in ombra, per lasciarlo passare. Forse le sue narici percepivano un debole profumo, forse la pelle sul dorso delle sue mani, sulla sua faccia, sentiva la temperatura salire in quell’unico posto dove la presenza di una persona avrebbe potuto elevare l’atmo- sfera intorno di dieci gradi in un attimo. non si poteva capire. Ogni qualvolta girava la cantonata, vedeva soltanto il bianco marciapiede, deserto, ricurvo, con forse, la notte, qualcosa che svaniva rapidamente in fondo a un prato, prima che egli avesse potuto mettere a fuoco lo sguardo o dire una parola.

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