La morale di Mark Zuckerberg

Vincenzo Latronico spiega perché, nel nostro interesse, non dovrebbe importarci della bontà d'animo del fondatore di Facebook (che oggi ha 28 anni)

Mark Zuckerberg compie oggi 28 anni. È nato nel 1984, come lo scrittore Vincenzo Latronico, che oggi sul Corriere della Sera ragiona un po’ sul suo successo, sulla sua persona e su come possono riguardare i nati nel 1984 (ma anche tutti gli altri).

Mark Zuckerberg e io siamo nati nello stesso anno, il 1984. Nel 2004 ci siamo trovati per un paio di settimane nello stesso edificio, un dormitorio di Cambridge, Massachusetts, a poche porte di distanza – lui studiava a Harvard, io ero in visita. La persona che mi ospitava mi ha parlato del suo sito – una cosa interna all’università, che ai tempi si chiamava Thefacebook. Sono passati otto anni: io ho pubblicato due romanzi, lui ha creato un sito con 900 milioni di iscritti. Oggi, a pochi giorni dalla quotazione sul Nasdaq, è stimato intorno ai cento miliardi di dollari; in questo periodo, quindi, Mark l’ha fatto crescere di circa sessanta milioni al giorno. Anche la domenica.

Raccontare la storia di Facebook significa fare un elenco di smisuratezze. Il sito è nato per facilitare la comunicazione fra compagni di corso, e oggi ha quasi un miliardo di iscritti; si è inserito in modo più o meno profondo nella vita di milioni di persone, che lì si conoscono, si scrivono, condividono link, musica, video; per molti ha trasformato irrimediabilmente l’essenza stessa della Rete, accendendo (o cavalcando, o parassitando, a seconda del punto di vista) la cosiddetta rivoluzione dei «social media». E molte altre rivoluzioni, di vario segno, sono collegate all’operato di Facebook: un rapporto problematico e conflittuale con la tutela della privacy, dopo la libertà del web 1.0; una nuova ondata di start-up che si sono arricchite sviluppando applicazioni interne al sito; e, non da ultimo, l’affermarsi di un personaggio molto difficile da inquadrare, il primo nato degli anni Ottanta a entrare di diritto nella classe dirigente mondiale.

C’è una versione di Mark Zuckerberg che è un caso-studio eroico della meritocrazia. Introverso e intelligentissimo, sin da piccolo ossessionato dalla programmazione, è riuscito a costruire un impero a partire da un’ottima intuizione e dalla capacità di promuoverla – in poco tempo, e senza capitali di famiglia. Si è impegnato a donare in beneficenza metà dei suoi averi; ha promosso una cultura aziendale giocosa e tollerante, interessata ad assecondare le passioni dei dipendenti e a incoraggiarne la creatività. Incarna l’essenza dello «smanettone», astratto e semplice e buono, in grado di indossare con totale disinvoltura uno dei più consistenti patrimoni del mondo (il trentacinquesimo, per l’esattezza), perché in fondo di quelle cose si cura poco. In questa versione, Mark Zuckerberg ha realizzato il famoso ammonimento di Hemingway a Fitzgerald, secondo cui i ricchi non sono diversi da me e te, hanno solo più soldi. Anni fa, delle sue foto private sono state diffuse da un hacker (che per ottenerle ha sfruttato, curiosamente, un «buco» di Facebook). In una è con la fidanzata e dà da mangiare a un cagnolino, seduti per terra in un appartamento, e sembriamo io e Manuela; in un’altra è con Obama.

(continua a leggere sul sito del Corriere della Sera)

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La cospirazione delle colombe, un estratto del romanzo di Vincenzo Latronico

foto: Justin Sullivan/Getty Images

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