L’inglese che parliamo

Vincenzo Latronico sul globish, le lingue e la traduzione ai tempi del "mondo dell'arte" cosmopolita

Il bimestrale Studio ha tradotto sul suo sito un testo dello scrittore Vincenzo Latronico per una rivista d’arte tedesca sulla nuova lingua inglese, parallela, che parla e usa la comunità internazionale che lavora intorno all’arte: ma le sue riflessioni si estendono anche al rapporto con l’inglese di altri contesti e professioni.

Nel 1878, apprestandosi a un giro d’Europa, Mark Twain si prefisse di padroneggiare quella che, in un saggio eponimo, avrebbe più avanti definito “La terribile Lingua Tedesca” (1880). Ci aveva già provato (fallendo) circa trenta anni prima, da adolescente dotato di una memoria migliore e di una mente più elastica. Questa seconda volta, i suoi sforzi rafforzarono in lui la convinzione che il tedesco «dovesse essere delicatamente e con reverenza messo da parte, insieme alle altre lingue morte, dal momento che soltanto i morti dispongono del tempo necessario a impararlo».

Tuttavia Twain quel tempo lo trovò. In visita presso la camera delle meraviglie del Castello di Heidelberg, sorprese il custode che gli confidò che il suo tedesco «era davvero eccezionale, forse unico […] e voleva aggiungerlo al suo museo». Nel 1897, in occasione di un altro viaggio attraverso Svizzera e Austria, lo scrittore impressionò a tal punto i membri del ‘Presseclub Concordia’ di Vienna da essere invitato al loro festival in un Bierpalast, per tenere una lezione liberamente ispirata al suo saggio del 1880. Non importa quanto gli occorse, molto semplicemente Twain aveva dovuto imparare il tedesco: nel 19esimo secolo, se desideravi muoverti nell’area attualmente nota come Germania, Austria e Svizzera, non avevi altra scelta.
Oggi, gli scrittori – gli scrittori d’arte, in particolare, insieme ad artisti, curatori, galleristi e simili – continuano a viaggiare per il continente; ma qualcosa è cambiato. Io mi sono trasferito da Milano a Berlino 130 anni dopo il pellegrinaggio di Twain attraverso il Secondo Reich. Come lui, da ragazzo ho provato (senza riuscirci) a impararne la lingua. Ma i parallelismi finiscono qui: io non ho neppure tentato di risuscitare la mia competenza linguistica prima di mettermi in viaggio – e, con mio grande disappunto, il mio pressoché inesistente tedesco non era migliorato al momento di rientrare in Italia due anni più tardi. Come sono riuscito allora a scivolare attraverso 24 mesi di conversazioni astratte, gossip da galleria, prenotazioni nei ristoranti e chiacchiericcio generalista senza neppure sfiorare la lingua ufficiale del paese in cui mi trovavo? Be’, perché parlo inglese, ovviamente. Come tutti noi.

Con quel “noi”, intendo tutti coloro le cui professioni incrociano quella fantasmatica astrazione comunemente nota come “il mondo dell’arte”. Qualunque sia la nostra nazionalità, lingua madre ed educazione, è per noi indispensabile parlare inglese. Tutte le istanze, le dichiarazioni, i comunicati stampa, i cataloghi e i curriculum collegati all’arte circolano in inglese o, al massimo, in versione bilingue. Con “inglese” qui non mi riferisco solo all’inglese della Regina o all’inglese americano ma anche alla lingua usata da chi, come me, non la utilizza quale propria prima lingua. La si può chiamare in molti modi: lingua franca, Inglese Internazionale, Globish, ESL (English as a Second Language; Inglese come Seconda Lingua). Twain sarebbe sorpreso di scoprire che molte delle persone che parlano inglese nel mondo dell’arte tedesco non sono americani ma tedeschi.

(continua a leggere su Studio)

foto: Peter Macdiarmid/Getty Images

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