Quando Marciano sfidò Joe Louis

Il match del 1951 raccontato nel nuovo romanzo di Antonio Monda

di Antonio Monda

Antonio Monda, giornalista, scrittore, grande esperto di cinema e letteratura americana che vive a New York, ha pubblicato per Mondadori un nuovo romanzo, che si chiama “L’America non esiste“. È la storia di due fratelli, Nicola e Maria, che arrivano a New York ragazzi all’inizio degli anni Cinquanta, e scoprono l’America. E nel racconto di quella America lì, c’è molta storia dell’epoca e una parte rilevante per la vera carriera del pugile italiano Rocky Marciano.

Nicola apprese l’espressione Indian Summer la mattina dell’incontro Marciano-Louis. Era la fine di ottobre, e gli alberi a Central Park erano gialli e rossi come non li aveva mai visti prima. Ma la temperatura era alta, e c’era molta umidità. Almeno ottanta gradi, secondo la strana misurazione che aveva dovuto imparare in America, ed era quella l’estate indiana: un ritorno improvviso e illusorio della felicità ormai passata. Pensava a questo Nicola, mentre si preparava all’incontro che avrebbe consacrato il mito del pugile della sua terra. Al fatto che la vita ha i suoi cicli inesorabili, ma poi si diverte a illuderti prima di farti capire che il tempo è arrivato, e se non hai sfruttato la tua occasione hai perso per sempre. E non è neanche crudeltà, è indifferenza.
Quella mattina i giornali avevano raccontato che Rocky Marciano era un eroe di guerra, di quelli da ammirare maggiormente, perché aveva rischiato la pelle nelle retrovie. Un lavoro umile, tipico degli uomini del suo meridione, gente sana, che si conquistava il pane lavorando in silenzio, con rigore e abnegazione. Il paese doveva molto al sacrificio di gente come lui, un modello per la nuova America.

Leon aveva lavorato bene, e il pugile era orgoglioso di quegli articoli. Tuttavia, nulla lo rendeva più felice di combattere al Madison Square Garden, l’arena più bella del mondo. Era il luogo dove si celebravano le incoronazioni di fronte al pubblico in adorazione per il nuovo re, il tempio che solo pochi eletti avevano il privilegio di frequentare. E lui, rocco Marchegiano, il figlio di Pierino e Pasqualina, il fratello di Alice, Concetta, Elisabetta, Peter e Sonny, il compagno di tanti ragazzi che si erano persi per strada o erano scomparsi in guerra, stava per conquistarlo, e dire al mondo di che pasta era fatto, cosa significa volere, fortissimamente volere, e sacrificarsi. Era scritto nel suo destino.
Si era preparato al match con grande rispetto per il pugile che avrebbe affrontato. È meglio essere umili, gli aveva spiegato Leon, la rabbia troverà comunque il proprio modo di esplodere. Succede sempre così, Rocky, e bisogna incanalarla, utilizzarla, mai diventarne schiavo, perché è una delle cose che fa andare avanti il mondo. Era uno dei concetti che Leon ripeteva sempre, e quando ne parlava si infervorava tutto, e poi cominciava a divagare su argomenti sorprendenti e disparati. Era un suo modo di ricordare chi era, da dove veniva, questo Nicola l’aveva capito. «Credi che Churchill non provasse rabbia quando i nazisti bombardavano le sue città, e massacravano i suoi compatrioti? Ma quel ciccione pelato ha saputo aspettare, e oggi dobbiamo a lui se siamo qui, liberi di essere quello che vogliamo. E credi che il tuo paesano Michelangelo non fosse pieno di furia contro un papa che gli diceva cosa dipingere? Eppure è riuscito a essere l’artista che era, e la sua rabbia è tutta nelle sue opere, è la sua grandezza.»

Marciano aveva fatto cenno di sì con la testa, anche se non sapeva molto dei personaggi di cui parlava Leon. Ma gli piaceva che lo paragonasse a grandi uomini. No, non lo avrebbe deluso: aveva aspettato questo momento sin da ragazzino, quando aveva ascoltato la radiocronaca dell’incontro con cui Joe Louis aveva conquistato il titolo contro James Braddock, un pugile che non era neanche male, ma che il destino aveva messo contro uno dei più grandi talenti della storia. Davanti alla radio aveva mimato i colpi di Louis e schivato quelli con cui la vittima predestinata cercava, inutilmente, di difendersi. Poi, quando Braddock era crollato al tappeto all’ottava ripresa, aveva chiuso gli occhi e alzato le braccia al cielo. Era stanco ed emozionato, e l’ovazione della folla era anche per lui.
Da allora aveva seguito alla radio tutti i match del brown bomber, e conosceva ogni colpo dei suoi incontri più leggendari, come quelli contro Buddy Baer, Gus Dorazio, John Henry Lewis e Lou Nova, il pugile più scorretto e malvagio che avesse mai calcato un ring. Prima del match si era fatto vedere da Louis mentre faceva flessioni nello spogliatoio, incurante del pericolo di stancarsi. Era rimasto qualche minuto a testa in giù, reggendosi solo con le mani mentre sorrideva in maniera strafottente, ma poi, sul ring, venne umiliato per sei riprese prima di essere abbattuto definitivamente, come quei torelli nervosi, a cui il torero taglia le orecchie a fine corrida e le mostra al pubblico esultante.

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