• Sport
  • martedì 28 febbraio 2012

La foto di Dino Zoff

Oggi compie gli anni il portiere che tenne la coppa nell'82, e che seppe come tenerla

di Luca Sofri

Oggi è il settantesimo compleanno di Dino Zoff, il portiere della Juventus e della Nazionale che nel 1982, a quarant’anni, vinse i leggendari mondiali spagnoli dell’82 in porta di una squadra molto più giovane, dopo essere stato sotto accusa per le presunte disattenzioni sui tiri da lontano a quelli del ’78 in Argentina. Poi fu allenatore, e allenatore della Nazionale, e da preso in giro per la sua brusca timidezza divenne simbolo di sobrietà e discrezione ben prima che arrivasse il governo Monti. Di questo simbolo e di molte altre cose ha scritto Luca Sofri, il peraltro direttore del Post, in un capitolo del suo libro Un grande paese.

È una vecchia pagina di «Time», ingiallita dal suo quarto di secolo, e con il segno dello scotch sugli angoli. L’avevo attaccata al muro, quando avevo diciassette anni, e me la porto dietro da allora, di casa in casa, nella ricca scatola dei ritagli e ricordi (si è appiccicata assieme al biglietto di Bob Marley a San Siro e a un vecchio foglietto a righe su cui è scritto: TANTI BACI DAL TUO PAPÀ). La pagina di «Time» è fatta così: c’è una foto in bianco e nero che occupa la parte superiore. Al centro della foto c’è la Coppa del Mondo. L’Italia aveva appena vinto i Mondiali spagnoli. La coppa è in mano a Dino Zoff, circondato dai suoi compagni durante il giro di campo al Santiago Bernabeu, alla fine della partita in cui battemmo la Germania. Siamo nei minuti successivi al «Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo» di Nando Martellini. Come noi davanti alla foto, anche Zoff guarda la coppa. Non la esibisce, non è rivolto verso il pubblico, i fotografi, noialtri: non dice «Ecco, guardate un po’ cosa abbiamo combinato!». Zoff guarda la coppa porgendola a Gentile, e insieme la porge a tutti noi, e pensa «prego, è anche vostra», con quell’aria da Zoff che aveva Zoff.¹ Quell’aria con cui la volta che Silvio Berlusconi gli disse che avrebbe dovuto far giocare la Nazionale in un altro modo – Zoff era diventato allenatore, nel frattempo – lui rispose: «Ci sono rimasto particolarmente male per le sue parole. Certamente non ho dormito bene». E si dimise.

Parentesi. In questa storia, Zoff è un modello. Quelle parole sono un insegnamento. Disseminare insegnamenti, predicare col proprio esempio. Quelle parole sono un esempio di misura, umiltà, mancanza di vittimismo. La misura nelle parole usate per definire i propri guai è una delle cose che abbiamo perduto, convinti tutti che terribili persecuzioni e sfortune si accaniscano sulle nostre nobili e autorevoli esistenze. Ho trovato un altro ritaglio, rovistando nella scatola di Zoff, che viene da una vecchissima copia del «Manifesto». Nel giornale era pubblicato il racconto di un anziano signore tedesco, Heinrich Steiner, che aveva fatto parte di un gruppo di intellettuali e artisti – soprattutto ebrei – che vivevano a Firenze prima della guerra e che si ritrovavano alla pensione Bandini. Molti di loro erano stati deportati e uccisi nei campi. Il «Manifesto» aveva presentato l’articolo in prima pagina con l’illustrazione di un brandello di una vecchia lettera che uno di quegli artisti, Rudolph Levy, aveva scritto alla signora Elena Bandini il 21 dicembre 1943:

Cara signorina, avrete saputo già la disgrazia che mi è capitata. Sono in prigione alle Murate da più di una settimana. Dio solo sa quando potrò uscire. È duro per un uomo di 68 anni che non ha mai fatto male a nessuno ritrovarsi in questa situazione. Pazienza. Cordiali Saluti. Rodolfo Levy.

A rileggerle adesso, come il giorno in cui le ritagliai dal «Manifesto» quelle parole di understatement, quella capacità di affrontare le catastrofi con minor vittimismo e debolezza di quelli con cui oggi si affronta un mal di gola mi sembrano spettacolarmente esemplari: gli americani usano quella parola svenevolmente new age che è «inspirational». Noi non ce l’abbiamo una parola così, nemmeno svenevole: sarà perché non capita di doverla usare.

Torniamo alla pagina di Zoff. È una pagina pubblicitaria, comprata da «Time» sullo stesso «Time»: immagino comparisse solo sull’edizione internazionale, o europea, non so. Per compiacere i lettori e gli inserzionisti italiani, per confermare un rapporto con questa clientela. Ma non è importante. Sotto la fotografia c’è scritto «Suddenly, the whole world is italian», che vuol dire «All’improvviso, tutto il mondo è italiano». O anche «Siamo tutti italiani».

Quella pagina si impolverò, ingiallì e una volta si strappò, ma è bella anche con un pezzo di scotch in un angolo. E sto rischiando di rinnovare il fondato quanto trito luogo comune sugli italiani patriottici solo con la Nazionale di calcio.² Però in quella foto c’è molto più che il calcio: c’è un italiano di cui essere fieri che è al centro dell’attenzione del mondo e sa come comportarsi. C’è l’Italia al centro del mondo, e si capisce che non si tratta solo di calcio.³

1 2 3 4 5 Pagina successiva »
Mostra commenti ( )