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  • venerdì 24 Febbraio 2012

L’intervista di Marchionne al Corriere

Il capo di FIAT discute dei numeri e del futuro dell'azienda, dei rapporti con i sindacati, dell'articolo 18 e degli incentivi per la rottamazione, che non vuole

Sul Corriere della Sera di oggi Massimo Mucchetti intervista Sergio Marchionne, che è tra le altre cose amministratore delegato di FIAT e presidente e amministratore delegato di Chrysler. L’intervista tocca diversi temi e molti di questi, soprattutto quelli industriali, sono piuttosto approfonditi, per quanto si può fare in un’intervista: Marchionne commenta e discute le sue scelte, le alternative che ha disposizione, i progetti e le aspettative per il futuro. Poi si parla anche dei sindacati, della situazione economica internazionale, della politica in Italia. E dell’articolo 18, certo.

MILANO – «Ha visto? Chrysler ha ritirato la domanda dei prestiti federali per le auto ecologiche». Il colloquio con Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, parte dall’America e sull’America finirà.

Dottor Marchionne, perché decidere ora quando Gm vi aveva rinunciato tempo fa?
«Perché ora Chrysler non ha più bisogno di quei dollari…».

Tre miliardi al tasso dello 0,1%.
«Alla fine eravamo scesi a 2, ma il tasso d’interesse basso si accompagnava a vincoli sugli aumenti di capitale e agli investimenti fuori dagli Usa. Troppi per mettersi le manette».

Adesso avete le mani libere.
«Sì, i prestiti dei governi di Stati Uniti e Canada li abbiamo restituiti nel 2011, versando mezzo miliardo di dollari quale risarcimento degli interessi che avremmo dovuto pagare se fossimo rimasti debitori fino alla scadenza».

Tiferete per la riconferma del presidente Obama che vi diede Chrysler?
«Ci auguriamo un risultato elettorale chiaro, con la stessa maggioranza al Congresso e alla Casa Bianca. Sennò si fatica a governare».

Sembra neutrale. Con Obama lo Stato è intervenuto nell’economia. Socialismo, accusano i repubblicani. Lei che pensa?
«L’intervento dello Stato non può essere giudicato in assoluto. Io condivido i valori americani, il primato dell’iniziativa privata. Ma nel 2008 l’economia intera stava andando alla malora. Il bail out dell’auto è stato necessario perché il sistema finanziario non era più in grado di affrontare i fallimenti. Ora i fondi Tarp sono stati quasi tutti rimborsati».

Come vede il 2012 per l’America?
«Sono molto ottimista».

Con tutto quel debito pubblico?
«In quel concorso di bellezza che è la vita spesso vince la meno brutta».

E l’Italia?
«Non siamo in condizioni floride. E però il nuovo governo, in pochissimo tempo, ha dato al mondo l’idea di un Paese che sta svoltando. Un successo incredibile. Ero a Washington durante la visita del premier Mario Monti. Ha avuto un’accoglienza straordinaria: Monti è stato un’ora a colloquio con il presidente Obama, ha riscosso grandissima attenzione al Peterson Institute, il think tank più importante. L’America è un animale enorme, che tende a percepire tutti gli altri come piccoli. Non è facile che dia tanta importanza ai suoi ospiti…».

Silvio Berlusconi attaccava i giudici dall’estero. E lei non certo incoraggiava i capitali internazionali dicendo che la Fiat non poteva investire in Italia per colpa della Fiom.
«Un momento: io non ho mai parlato male dell’Italia. Ho solo riconosciuto quello che non va perché era serio farlo nell’interesse della Fiat, che è un gruppo multinazionale, e, se permette, del mio Paese».

Se in America le chiedessero: dimmi, Sergio, adesso conviene investire in Italia?
«Conviene investire man mano che le riforme del governo Monti vanno avanti».

Tra queste spicca la riforma del mercato del lavoro. Che cosa pensa dell’articolo 18?
«Che ce l’ha solo l’Italia. Meglio assicurare le stesse tutele ai lavoratori in uscita in modi diversi, analoghi a quelli in uso negli altri Paesi. Diversamente, le imprese estere non capiscono e non vengono qui a investire».

E la Fiat che fa?
«La Fiat sta investendo».

E’ soddisfatto degli accordi sindacali?
«Sì. Ora possiamo lavorare».

Ad Auburn Hills, il quartie generale Chrsyler a Detroit
Come mai allora, 14 mesi dopo il referendum, la produzione di Mirafiori scende da 70 mila a 54 mila auto l’anno quando se ne dovrebbero produrre 280 mila? Il progetto Fabbrica Italia, presentato nell’aprile 2010 a palazzo Chigi, appare in ritardo.
«Pomigliano è ripartita. Venga a visitarla: vedrà una fabbrica modello…».

Senza più iscritti Fiom tra i neoassunti.
«Falso. Si legga il Giornale . Riporta le parole on records di lavoratori che erano iscritti alla Fiom e non ne vogliono più sapere. Ma abbiamo deciso di non parlare più di Fabbrica Italia. Siamo l’unica azienda al mondo da cui si pretendono informazioni così di dettaglio. Gli investimenti li comunichiamo man mano li facciamo. E li facciamo in base al mercato. A Mirafiori, non si lavora per riempire i piazzali di veicoli invenduti. Ma Mirafiori tornerà a regime entro la fine del 2014 con un modello Fiat e uno Chrysler».

E’ sano che sindacalisti dal seguito non trascurabile siano costretti a uscire dagli stabilimenti portandosi via gli scatoloni come i banchieri della Lehman dopo il crac? Perfino negli anni di Valletta le commissioni interne da vano cittadinanza a tutti.
«Lasciamo la storia agli storici. Il quadro anche giuridico era diverso. La Fiom si trova in questa situazione in seguito al referendum del 1995 sulle rappresentanze sindacali, che essa stessa aveva sostenuto, e perché non firma quando pure l’accordo è stato approvato dalla maggioranza assoluta dei lavoratori».

In un Paese che ha avuto il terrorismo rosso è saggio isolare il sindacalismo radicale?
«Onestamente, non vedo oggi rischi analoghi a quelli di oltre trent’anni fa».

(continua a leggere sul sito del Corriere della Sera)

foto: LaPresse