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  • lunedì 13 febbraio 2012

Abbiamo vinto le primarie

Giovanni Bachelet, candidato a quelle del PD del Lazio, commenta le primarie di Genova e tutte le altre

di Giovanni Bachelet

Il commento migliore su Genova l’ha fatto Pippo Civati: le primarie non si perdono mai, come le battaglie del Che.

Era del Che anche lo slogan rievocato insieme a Cristiana Alicata, all’inizio di questa avventura del PD Lazio: “siamo realisti, esigiamo l’impossibile”. L’estate scorsa veniva guardato con benevola curiosità chi come noi esigeva congresso e primarie. Volevamo nientepopodimenoche eleggere (come da Statuto, eh, mica libretto di Mao) il segretario e il nuovo gruppo dirigente del PD Lazio, da anni acefalo perché divorato da lotte intestine (e perciò da un anno commissariato). Volevamo una gara fra almeno due candidati anziché un’elezione bulgara. Poiché nessuno si faceva avanti ci voleva un candidato sfidante. Un nostro senatore a novembre mi definí candidato “brillante ma implausibile”. Bollò come politicamente impraticabile la mia abbinata con una “zapaterista orwelliana” (che poi sarebbe Cristiana). Fu, peraltro, un grande regalo. Fu l’unico a rilasciare un commento pubblico alla stampa, altrimenti silenziata. Tutti gli altri protagonisti, a cominciare dai miei due concorrenti di oggi nella gara per la segreteria del Lazio, tacquero in sette lingue per settimane, in attesa che l’implausibile e l’orwelliana sprofondassero nel ridicolo e le primarie naufragassero, e poi in attesa che non riuscissero a trovare abbastanza firme per la candidatura, e poi in attesa che non entrassero in finale, eliminati dal voto degli iscritti del Lazio. Invece si vota domenica prossima e siamo ancora in gara. Tiè. Qualunque sia il risultato di queste primarie del PD Lazio abbiamo già vinto, come dice il Pippo “Che” Civati.

Coinvolgere i cittadini nelle decisioni piú importanti, al di là dei confini dei partiti, è un’invenzione del PD. Per un partito fatto di iscritti e dirigenti è un atto di grande generosità e fede nella partecipazione democratica. Condividere con gli elettori il potere di nomina del candidato vuol dire cedere, tra l’altro a prezzo di un enorme sforzo organizzativo, un pezzo fondamentale di sovranità: anche i bambini sanno che gli elettori a volte votano il candidato piú gradito ai dirigenti e a volte no. Vivere come un dramma un torto subito o un errore fatto le (poche) volte in cui il responso democratico di questa invenzione non restituisce il candidato gradito ai dirigenti del PD appare piuttosto bislacco e autolesionistico. Non è una gara fra partiti, è la comune ricerca del candidato migliore inventata dal PD che serve a vincere le elezioni vere, anche grazie alla mobilitazione preventiva degli elettori che le primarie producono. La vittoria di Pisapia a Milano, dove il PD ha collaborato lealmente e alla fine entusiasticamente alla sua campagna, non ha solo contribuito alla vittoria del centrosinistra, ma ha ottenuto anche un sacco di voti per la lista del PD. Le primarie non si perdono mai, ha ragione Civati.

Come mai, allora, c’è sempre un gran piagnisteo di giornali sulla sconfitta del PD le rare volte che (come adesso a Genova o qui nel Lazio qualche settimana fa, a Rieti) il candidato prescelto dagli elettori non è iscritto al PD? Un po’ perché i grandi giornali si divertono sempre a parlar male dei partiti e, pur di aizzare contro di essi le persone per bene e preparare la strada al prossimo Berlusconi, volutamente dimenticano che l’innovazione politica piú grande degli ultimi dieci anni, cioè queste primarie aperte a tutti gli elettori, in Italia non sono arrivate con un missile intercontinentale puntato contro i partiti, ma nascono con uno di essi: il nostro partito, il Partito Democratico. Un po’, però, anche perché un po’ dei nostri dirigenti vengono da partiti nei quali contavano solo le tessere e questa storia delle primarie non l’hanno digerita fino in fondo. È anche grazie ai loro commenti che i giornali possono attribuire ad un intero partito questa erronea impressione di sconfitta.

Questi dirigenti sentono che con le primarie stanno mollando ai cittadini un pezzo importante di sovranità e di potere, non vorrebbero mai averle inventate, se le vorrebbero rimangiare, un po’ come capita a buona parte della chiesa cattolica italiana con il Concilio Vaticano II. A loro piacerebbero primarie come quelle di Prodi del 2005 o quelle di Veltroni del 2007: primarie di incoronazione, plebisciti utili a legittimare e dare forza popolare al candidato vincente a priori; primarie in cui prima i dirigenti decidono chi vince e poi si vota. Non piacciono, invece, primarie davvero aperte, nelle quali prima si vota e poi si sa chi ha vinto. Dobbiamo capirli. Cedere un pezzo importante di sovranità è molto doloroso. Ci vorrà tempo prima che questo piagnisteo sia un ricordo del passato e tutti diventiamo abbastanza furbi da rivendicare il merito di questa straordinaria innovazione che, perfino in tempi di antipolitica e disprezzo per i partiti, riesce per nostro merito a attirare verso la politica e coinvolgere in decisioni importantissime migliaia o a seconda dei casi milioni di cittadini nella vita democratica delle città, delle regioni e del Paese tutto. Prima che le primarie diventino indiscusso patrimonio comune dei democratici dovremo rassegnarci, ancora per qualche anno, ad essere definiti pierini delle regole, implausibili, orwelliani e zapateristi. Perfino irresponsabili nel reclamare le primarie quando nel paese c’è la crisi economica e nel Lazio l’emergenza neve.

foto: LaPresse