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  • lunedì 19 dicembre 2011

Un altro giorno di scontri in Egitto

È il quarto consecutivo, e i morti sarebbero almeno 11, mentre i militari cercano di difendersi dalle accuse dopo le immagini di domenica

Per il quarto giorno consecutivo non si sono fermati i nuovi scontri al Cairo tra manifestanti e forze di sicurezza. Il bilancio dei morti delle violenze che sono iniziate venerdì mattina è salito a 12 secondo Al Jazeera e a 13 secondo quanto ha scritto il New York Times; i feriti sono oltre 500 e 53 delle 164 persone arrestate dalle autorità con l’accusa di resistenza e danni agli edifici pubblici (tra cui l’Istituto nel centro del Cairo in cui erano conservati oltre 20mila documenti storici e manoscritti) sono state rilasciate stamattina.

Gli attivisti, che protestano contro il potere del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) e il nuovo governo di transizione, hanno cercato nella notte tra domenica e lunedì di tornare ad occupare piazza Tahrir, centro della rivolta che a febbraio aveva portato alla caduta di Hosni Mubarak. I manifestanti sono stati nuovamente respinti dalla polizia e dai soldati armati di bastoni e, dopo qualche ora di calma, le proteste sono riprese in mattinata e decine di persone sono tornate sulla piazza sventolando striscioni contro il potere militare e contro la violenta repressione.

(Le foto delle proteste di domenica)

Oggi il generale Adel Emara, membro del Consiglio Supremo delle Forze Armate, in una conferenza stampa al Cairo ha fatto sapere di aver scoperto un complotto per «bruciare la sede dell’Assemblea del popolo», il Parlamento egiziano, e ha spiegato che i manifestanti erano «pronti ad attuare il piano»: la strada che porta da piazza Tahrir alla sede del governo è stata sbarrata con un muro in cemento sabato scorso proprio per questo timore. Emara ha anche difeso l’uso della forza da parte dei militari dicendo che l’esercito aveva il dovere di proteggere le istituzioni e le sedi della nazione: «Noi non usiamo la violenza, non fa parte dei nostri metodi» e ha attaccato i media dicendo che «stanno favorendo il sabotaggio dello Stato» e che hanno «esagerato sul significato» dei video mostrati, facendo in particolare riferimento all’episodio ripreso dalle telecamere, che ha fatto il giro della rete, in cui si vede il pestaggio di una ragazza. A sostegno della propria tesi ha fatto vedere le immagini parziali (senza alcuna veduta panoramica) girate fuori dal Palazzo del Parlamento venerdì sera e in cui vengono lanciate delle pietre e delle bottiglie molotov. «C’è una differenza tra un manifestante che esce per sostenere le proprie richieste e tra un individuo che distrugge e brucia» ha aggiunto il generale Emara.

(Il video e le foto della ragazza picchiata domenica)

Uno dei giovani leader della protesta, Said Shady el Ghazaly Harb, ha replicato che la dichiarazione di Adel Emara è il segno evidente della determinazione dei militari al mantenimento del potere anche dopo che il nuovo parlamento verrà eletto all’inizio del prossimo anno. E una giornalista di Al Jazeera, Sherine Tadros, dal Cairo, ha ribadito che la conferenza stampa di Emara è stato, finora, il maggior atto di difesa mai dimostrato da un membro del consiglio militare: «In sostanza il quadro che viene dipinto è quello in cui l’esercito, e per estensione l’intero Paese, si trova sotto l’attacco di alcuni rivoluzionari che stanno cercando di colpire i soldati e gli edifici e che costoro non sono mossi da alcuna vera ideologia o scopo».

Gli scontri erano iniziati venerdì all’alba, dopo che nei due giorni precedenti si era votato nel Paese in 9 province su 27 per la seconda tornata delle elezioni parlamentari che si svolgono con un sistema molto complicato per zone geografiche e che, a gennaio, porteranno alla creazione di un Parlamento con l’incarico di scrivere entro il 2012 la nuova Costituzione. Oggi pomeriggio molti nuovi deputati eletti alla Camera bassa del Paese nelle elezioni che sono in corso e che, secondo il quotidiano egiziano Al Ahram, starebbero cercando di raggiungere un compromesso con gli attivisti, si sono riuniti per condannare le violenze e per chiedere che il potere militare lasci rapidamente il potere. Anche Ban Ki-moon, Segretario generale dell’Onu ha condannato le violenze spiegando di essere «molto allarmato per l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti» e chiedendo di «agire con moderazione e rispetto dei diritti umani, compreso quello alla protesta pacifica». Invito che è stato rivolto alle forze di sicurezza egiziane anche dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton.