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L’accordo europeo, parliamone male

Cinque motivi (e un numero di telefono) per cui il vertice di Bruxelles è servito a poco e non ha tranquillizzato nessuno

La riunione dei capi di governo europei che si è conclusa ieri a Bruxelles ha portato a un nuovo accordo tra (quasi tutti) i paesi dell’Unione Europea, che sarà firmato nei prossimi mesi. Ma le decisioni prese ieri non ci devono far pensare che la crisi della zona euro e i problemi dell’Europa siano improvvisamente risolti, per diversi motivi.

1. Il Regno Unito non ci sta
David Cameron ha deciso di non accettare i termini del nuovo accordo europeo, una decisione che i commentatori hanno definito quasi unanimemente un errore anche per gli stessi interessi del Regno Unito, dato che l’esclusione sarà pagata attraverso un minore peso politico nelle decisioni dell’Europa. Ma c’è un’altra cattiva notizia: il paese ha lasciato interamente il campo all’attuale alleanza egemone nell’Unione, quella tra Francia e Germania. E la mancanza di un contrappeso alle loro proposte si farà sentire.

2. Patti incerti e tempi lunghi
Invece di un nuovo trattato valido per l’intera Unione, che avrebbe avuto bisogno dell’appoggio di tutti gli stati membri, la defezione del Regno Unito ha causato il ripiego su un accordo intergovernativo tra i paesi che intenderanno sottoscriverlo. I suoi poteri legali, dunque, saranno necessariamente minori, e non sono chiari i tempi che saranno necessari alla sua entrata in vigore effettiva: il prossimo marzo l’accordo potrebbe essere firmato dai capi di governo (dopo mesi di lunghi negoziati, in ogni caso), ma in alcuni paesi come l’Irlanda sarà probabilmente sottoposto anche all’approvazione popolare tramite un referendum, il che potrebbe ritardare l’inizio della sua efficacia di un paio di mesi.

3. La Banca Centrale Europea resta ambigua
Nonostante l’accordo annunciato, gli analisti finanziari continuano a pensare che nel breve periodo la soluzione della crisi sia l’acquisto massiccio di titoli di stato dei paesi più a rischio sui mercati finanziari, come l’Italia, da parte della Banca Centrale Europea. La BCE ha detto che l’accordo è benvenuto, ma non ha dato alcun indizio che indichi chiaramente che procederà a nuovi acquisti. D’altra parte, il nuovo Meccanismo di stabilità europeo (la cui entrata in vigore è stata anticipata di un anno) è stato dotato dai leader europei di circa 500 miliardi di euro inclusi quelli già erogati al fondo di stabilità europeo, una cifra che da molti è ritenuta insufficiente per arginare la crisi.

4. La reazione poco entusiasta dei mercati
I limiti dell’accordo sono ben chiari anche agli investitori. I mercati hanno reagito, venerdì, con rialzi in tutto il mondo: tra i risultati migliori, il +3,37 per cento della borsa di Milano. Più contenuti i risultati positivi delle borse europee, e anche la borsa di New York ha guadagnato l’1,55 per cento. Ma come scrive il Wall Street Journal, “le reazioni positive sembravano originate dal sollievo per il fatto che i leader avevano raggiunto un accordo qualsiasi, piuttosto che dall’entusiasmo per l’accordo stesso.” L’euro è cresciuto leggermente, ma il mercato dei titoli di stato dei paesi europei è rimasto per lo più invariato rispetto ai giorni precedenti, con il celebre spread tra i titoli decennali di stato italiani e quelli tedeschi che è sceso di poco ma è rimasto a un livello allarmante, oltre i 420 punti base.

5. La “germanizzazione” dell’Unione Europea
Il risultato finale dell’accordo è stato un compromesso tra le posizioni francesi e quelle tedesche, con la Francia che è riuscita a strappare qualche concessione al rigore assoluto proposto dalla Germania. Ma un’Unione a egemonia tedesca può avere effetti devastanti sia dal punto di vista politico e diplomatico, sia su quello economico. Nel primo campo, il ruolo guida della Germania ha fornito un facile argomento ai movimenti politici anti-europeisti, che sottolineano la natura poco democratica e poco condivisa delle decisioni che prende l’Unione Europea.

Quanto all’economia, non c’è dubbio che la ricetta del rigore sia quella che permette alla Germania di mantenere anche la sua forza economica. Con l’introduzione dell’euro, moneta più forte della lira o della dracma ma più debole del marco, la Germania ha visto guadagni enormi nel suo settore commerciale, dato che i suoi prodotti di esportazione sono diventati più convenienti. Ma le economie periferiche hanno sofferto molto l’improvvisa perdita di competitività, e con gli ultimi accordi, come racconta una lunga analisi di Foreign Policy (che si conclude curiosamente indicando il numero di telefono dell’ufficio di Angela Merkel, 49-30-40002526), “invece di provare a riadattare la politica monetaria europea in modo da farla funzionare un po’ meglio per i paesi con una moneta tradizionalmente più debole, i tedeschi stanno scolpendo nella pietra le politiche migliori per la loro economia”.

foto: JEAN-PAUL PELISSIER/AFP/Getty Images)