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  • mercoledì 7 Dicembre 2011

Mumia Abu-Jamal non sarà condannato a morte

Dopo trent'anni si è concluso uno dei più celebri casi giudiziari degli Stati Uniti

Il procuratore distrettuale della Pennsylvania ha dichiarato oggi che ritirerà la richiesta della pena di morte per Mumia Abu-Jamal, condannato nel 1982 per l’uccisione di un poliziotto avvenuta il 9 dicembre 1981 a Philadelphia, Pennsylvania. Negli oltre trent’anni della battaglia giudiziaria di cui è stato protagonista, Abu-Jamal è diventato un simbolo per alcuni attivisti contro la pena di morte e chi sostiene che il sistema giudiziario statunitense sia ritengono falsato da pregiudizi razziali.

Mumia Abu-Jamal è nato nel 1954 in Pennsylvania, con il nome di Wesley Cook (cambiò il suo primo nome nel 1968, e il suo cognome nel 1971, dopo la nascita del figlio Jamal). Tra il 1968 e il 1970 Abu-Jamal fu impegnato con il movimento politico rivoluzionario afroamericano delle Pantere Nere, e l’approccio militante nei confronti delle discriminazioni della popolazione nera statunitense è rimasto anche nei suoi scritti e nella sua attività successiva alla condanna. A partire dagli anni Settanta, dopo aver lasciato le Pantere Nere, Abu-Jamal lavorò come giornalista radiofonico in alcune radio locali diventando piuttosto noto. Il 9 dicembre 1981, mentre era alla guida del taxi che guidava durante la notte per arrotondare lo stipendio, vide intorno alle 4 del mattino l’auto di suo fratello minore ferma a un controllo stradale, e suo fratello litigare con un poliziotto di 25 anni, Daniel Faulkner. Secondo quanto stabilì la giuria del primo processo, Abu-Jamal sparò diverse volte a Faulkner, uccidendolo e venendo a sua volta ferito.

Sulla scena venne ritrovata una pistola registrata a nome di Abu-Jamal, da cui erano stati sparati cinque colpi. Arrestato poco dopo l’omicidio, il processo si tenne a partire dal giugno del 1982. Abu-Jamal dichiarò più volte la sua innocenza e si espresse più volte durante le udienze contro il giudice e l’avvocato assegnatogli d’ufficio (dopo un tentativo respinto di difendersi da solo). L’accusa portò diversi testimoni concordi nell’indicarlo come l’assassino, la giuria lo trovò colpevole e lo condannò a morte all’unanimità dopo meno di tre ore di camera di consiglio.

Dopo la condanna, Abu-Jamal presentò ricorsi e appelli a tutti i livelli della giustizia statunitense. Una corte di appello federale ha confermato nel 2001 la sentenza di colpevolezza, ma ha richiesto che si tenesse una nuova udienza per decidere la pena, dicendo che alla giuria del primo processo erano state date istruzioni non sufficientemente chiare. La Corte Suprema statunitense non ha voluto esprimersi nel merito del caso, lo scorso ottobre, decisione che ha messo l’accusa davanti alla scelta tra cercare di ottenere una nuova condanna a morte attraverso una nuova udienza o accettare una condanna al carcere a vita per l’imputato. Da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha reintrodotto la pena di morte nel 1976 – era stata sospesa nel 1972 – in Pennsylvania è stata eseguita la sentenza di condanna a morte solo in tre casi, gli unici in cui gli imputati stessi hanno deciso di rinunciare volontariamente ad appellarsi contro la sentenza.

Abu-Jamal ha scritto diversi libri e dato molte interviste sul suo caso, ottenendo sostegno in tutto il mondo attraverso il movimento “Free Mumia”. Il suo libro del 1995, Live from the Death Row (tradotto in italiano nel 2007 con il titolo In diretta dal braccio della morte) parla della sua esperienza in carcere e del sistema giudiziario statunitense, descritto come razzista e mosso dall’opportunismo politico. Abu-Jamal ha ricevuto il sostegno di celebrità come il gruppo Rage Against The Machine e gli attori Mike Farrell e Tim Robbins (quello di Le ali della libertà), che furono tra le decine di persone che comprarono una pagina del New York Times per chiedere un nuovo processo.

Una manifestazione a favore di Mumia Abu-Jamal nel marzo del 2000 in Francia
foto: OLIVIER MORIN/AFP/Getty Images