Caro Matteo Renzi

Paolo Virzì scrive al sindaco di Firenze, sui fischi di ieri e i progetti di domani

di Paolo Virzì

Caro Matteo Renzi,

quelli che alla manifestazione del Partito Democratico ti hanno fischiato hanno sbagliato. Non è stata una cosa bella. Ed è stata una cosa strana, davvero insolita per una piazza che in genere è affettuosa con tutti gli orientamenti interni, e tollerante, o addirittura paziente con gli alleati più disparati. Sono un popolo, i militanti del PD, accogliente con tutti, a volte anche al limite dell’autolesionismo.

Dal momento però che, come è noto, le contestazioni finiscono nei titoli dei giornali con molta più facilità ed evidenza delle espressioni di sostegno, voglio sperare che non sian state così massicce, né particolarmente aggressive. Ma anche se si trattasse di un episodio sporadico, mi dispiacciono lo stesso molto quei fischi a te e a quel che si ritiene, di giusto o di sbagliato, tu possa significare. Così come mi aveva qualche giorno fa addolorato che Marco Pannella fosse stato maltrattato e preso a sputi e a spintoni da un corteo. Perché sarebbe gravissimo che l’insofferenza diventasse intolleranza. Perché in un momento come questo è importantissimo tenere insieme tutti i pezzi della nostra società, figuriamoci di un partito come il PD – del quale ho fatto blandamente parte come iscritto, ma con disperata speranza
come accorato elettore – che aspirerebbe per statuto di fondazione a farsi carico delle sorti di un paese in subbuglio come il nostro.

E tuttavia, caro Renzi, vorrei dirti che secondo me anche tu hai sbagliato a prendertela e a reagire con dichiarazioni così rabbiose, per lo meno per quel che ho avuto modo di ascoltare dai rapidi servizi dei tiggì. Al solito, è possibile che il montaggio televisivo abbia privilegiato gli accenti più accesi. Viviamo in un mondo fatto così, uno strepito isterico ha sempre più rilievo di un ragionamento pacato.

Ma proprio tu, che hai dimostrato di capire quanto comunicazione e politica in una società moderna camminino a braccetto, proprio tu che stai giustamente spronando i dirigenti nazionali a tener le orecchie spalancate nell’ascolto di quel che giunge dal basso, non vorrei che invece in questa malaugurata occasione avessi tappato le tue.

Dal momento che, insieme ad altri che stimo molto come Pippo Civati, Debora Serracchiani, Ivan Scalfarotto, Ignazio Marino, Sergio Chiamparino, e molti altri sui giornali, sul web, nei blog, o nei circoli più periferici e che magari han fatto più fatica a far sentire la propria voce, hai dimostrato il coraggio e la voglia di proporti come uno dei punti di riferimento dell’attuale processo di rinnovamento – del quale dio solo sa quanto abbiamo bisogno! – adesso ti devi porre fortemente il problema di farti carico delle opinioni di tantissimi. Non sei certo uno sprovveduto e ti sarà chiaro, insomma, che il popolo del centrosinistra non sono solo i tuoi elettori fiorentini, o i tuoi followers su Twitter o i tuoi fans sulla pagina di Facebook. Se, come è evidente a tutti, ti sei incamminato, da solo o anche insieme ad altri, verso una prospettiva di candidatura alla leadership di un pezzo di paese, adesso hai la responsabilità di farti carico anche delle opinioni di chi oggi le ha espresse malamente, fischiandoti. E dei loro sogni e dei loro dolori.

Invece ti ho sentito usare parole che suonavano come una specie di ultimatum un po’ rozzo o personalistico: “O me, o loro!”

Non hai detto proprio così, a dire il vero, ma a me è un po’ suonato come se lo avessi detto. Ma forse è stata la foga del momento, o il montaggio di SkyTg24.

Vedi, sono tra quelli che si commuovono quando un trentenne italiano di oggi si appassiona di cose spinose, e apparentemente pestifere, come la prospettiva futura del Partito Democratico. Mi chiudo in bagno a piangere di felicità quando vengo a sapere che tra i militanti del partito democratico ci sono addirittura dei teenagers. Insomma, festeggio quando qualcuno tra i più capaci delle generazioni più giovani si alza in piedi, prende la parola ed esprime con passione anche polemica le proprie convinzioni. Perché solo così si mettono in moto i processi d’innovazione, solo questo può render concreto il sogno ambizioso di creare una grande alleanza di democratici che abbiano a cuore sia l’equità sociale che la modernizzazione dell’Italia. Due concetti che troppo spesso, dalle nostre parti, nella cultura della sinistra del passato, sono stati ritenuti distinti, se non addirittura in conflitto.

Adesso c’è urgente bisogno che da parte di tutti, e soprattutto da parte di chi si mette in gioco per rappresentare il volto nuovo della politica, si avverta l’esigenza di tenere insieme i pezzi diversi di una società altrimenti destinata a sbriciolarsi e ad abbandonarsi al disincanto, o al livore delle peggiori derive qualunquistiche, apocalittiche e nichiliste. Saranno in grado di guidare i processi che costruiranno il futuro nostro e dei nostri figli coloro che sapranno unire anziché dividere.

Molto presto, speriamo prestissimo, andremo a votare per un nuovo Parlamento ed un nuovo governo. È quindi arrivato il momento in cui tutte le forze sono preziose, in termini di consenso, ma anche di solidità e di credibilità di un progetto di governo. È l’ora del terzo fondamentale principio della Rivoluzione Francese, quello più di sinistra di tutti: la Fraternità.

Adesso, per favore, tacciano i fischi, o siano per lo meno destinati soltanto ai veri avversari. A coloro che con arroganza distruttiva si ostinano, ma ancora per poco, a tener maldestramente in mano le sorti del nostro meraviglioso disgraziato paese. E possibilmente siano fischi lieti, allegre pernacchie che annunciano la fine di un’epoca terribile e l’inizio di una nuova migliore.

Basta col tanto peggio, si facciano avanti le voci e le idee delle persone appassionate, che vogliono unire il bene e il tanto, tantissimo meglio che c’è ancora in giro.

Nell’occasione saluto cordialmente e auguro buon lavoro,
Paolo Virzì

foto: Mauro Scrobogna /LaPresse