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  • giovedì 27 ottobre 2011

I massacri di Veracruz

Erano stati spiegati all'inizio come faide tra cartelli di narcotrafficanti, ma si teme abbiano a che fare con la nascita di gruppi paramilitari

di Eugenio Cau

Nell’ultimo mese nella città di Veracruz, località turistica fra le più visitate del Messico, sono stati trovati centodieci cadaveri, gettati in pieno giorno e nelle ore di punta lungo alcune delle strade più trafficate della città: trentacinque corpi il 20 di settembre; quindici il 22 di settembre; trentasei il 6 di ottobre; dodici il 7 di ottobre; quattro il 10 di ottobre; otto il 20 di ottobre.

In particolare il primo ritrovamento, quello del 20 di settembre, è stato più che spettacolare e ha suscitato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. L’abbandono dei cadaveri è avvenuto alle cinque del pomeriggio nella frazione di Boca del Río, sulla superstrada di fronte a uno dei centri commerciali più frequentati della città: da due camionette bianche e due SUV neri è uscito un gruppo di uomini armati, che hanno bloccato il traffico. Poste le due camionette bianche al centro della strada, gli uomini ne hanno aperto gli sportelli, gettando sull’asfalto parte dei trentacinque corpi che le due camionette contenevano. Dopo aver sparpagliato i cadaveri, gli armati hanno appeso fra le due camionette una narcomanta, vale a dire un grosso lenzuolo con messaggi di rivendicazione. Un’altra l’hanno abbandonata stesa sui cadaveri. Completato il lavoro, gli uomini sono saliti sui SUV neri, lasciandosi dietro le camionette e dileguandosi. I corpi lasciati dalla milizia erano tutti nudi o seminudi, legati con lacci di plastica alle mani e ai piedi. Molti presentavano segni di tortura e tutti portavano sul petto o sulla schiena la scritta ‘POR Z’, interpretabile come segno dell’appartenenza delle vittime al cartello del narcotraffico de ‘Los Zetas’. Con una sola eccezione, tutte le vittime erano state strangolate. Tra i cadaveri vi erano quelli di due poliziotti di Veracruz e quello di un transessuale.

I successivi ritrovamenti sono stati meno spettacolari, ma continui e spesso non meno consistenti. Il 25 di settembre, quando già il numero dei morti era arrivato a 50 persone, appare sul “Blog del Narco”, la principale fonte d’informazione in Rete sui fatti di sangue legati al narcotraffico, il narcocomunicado sotto forma di video di un gruppo che si fa chiamare ‘Los Mata Zetas’, gli Ammazza Zetas.

Cinque uomini incappucciati, vestiti di nero, sono seduti davanti a un tavolo lungo; altrettante bottigliette d’acqua sono poste davanti a loro. Nel corso dei cinque minuti del comunicato parlerà solo l’uomo seduto al centro, visibilmente più imponente degli altri. Le bottigliette non verranno toccate. Qualificherà se stesso e il proprio gruppo come ‘Los Mata Zetas’, e affermerà che l’intento suo e dei suoi compagni è quello di “erradicar de raíz al cártel de Los Zetas”. Dirà che i ‘Mata Zetas’ non rubano, non estorcono, non rapiscono la gente, non attentano al patrimonio privato e pubblico: il loro unico obiettivo è porre fine una volta per tutte al cartello de ‘Los Zetas’. A complicare le cose si aggiungono il giorno successivo i ritrovamenti di altre narcomantas, altri ‘messaggi’ lasciati in giro per le strade di Veracruz che accusano la Marina, i militari del governo federale, di aver preso parte ai massacri.

Il 4 di ottobre il governo federale presenta alla stampa il piano “Veracruz Seguro”, un’operazione coordinata tra Esercito, Marina e forze di polizia per mettere in sicurezza lo stato di Veracruz.

Tre giorni dopo l’Esercito e la Marina presentano alla stampa la cattura di 20 uomini legati al narcotraffico e, probabilmente, alla catena di omicidi: di questi, 8 vengono qualificati come ‘zetas’ e 12 come ‘matazetas’. Il fatto viene commentato dallo stesso presidente Calderón come ‘un gran golpe’, un bel colpo da parte delle forze armate. Che qualcosa non vada bene lo testimonia tuttavia il fatto che appena il giorno dopo, l’otto ottobre, si dimette Reynaldo Escobar Pérez, il procuratore generale dello stato di Veracruz che avrebbe dovuto coordinare insieme ai militari le indagini sui fatti delle settimane precedenti. Alla stampa dirà di essersi dimesso per motivazioni personali. Viene sostituito tre giorni dopo.

L’esplosione della violenza a Veracruz, e soprattutto l’apparizione della milizia dei ‘Mata Zetas’, hanno costituito un tema piuttosto spinoso per le autorità messicane: fin dalla prima strage del 20 settembre i governi federale e dello stato di Veracruz si sono affannati a precisare, insieme alle dichiarazioni di tolleranza zero che il caso richiedeva, che il massacro altro non era che un regolamento di conti tra cartelli della droga rivali. Ciò che le autorità cercavano di scongiurare era che i media e l’opinione pubblica iniziassero a vedere nei ‘Mata Zetas’ un gruppo paramilitare.

In Messico la parola “paramilitare” è quasi un tabù. La politica messicana non ne fa uso in nessun caso, e quando ve ne è costretta lo fa per prodigarsi in ampie smentite. Il ricordo dell’altra guerra contro il narcotraffico che ha sconvolto l’America Latina negli ultimi decenni, quella colombiana, dove le violenze sulla popolazione civile sono state compiute non tanto da criminali e narcotrafficanti, quanto da gruppi armati organizzati e addestrati militarmente – in principio dagli Stati Uniti nell’ambito della Guerra Fredda, per frenare l’ascesa di governi filosovietici – è ancora troppo forte.

L’arrivo dei paramilitari in Messico significherebbe l’inizio di una spirale di violenza davvero incontrollata che potrebbe investire ogni classe sociale e ogni zona del paese. Il cartello de ‘Los Zetas’ è uno degli ultimi arrivati nel panorama del grande narcotraffico messicano. Privo di una base sociale, in breve tempo si è qualificato come uno dei più violenti e spietati, anche nei confronti della popolazione civile. Dopo una lunga lotta con il cartello cosiddetto ‘del Golfo’, di cui inizialmente non erano che il braccio armato, nel 2010 ‘Los Zetas’ sono arrivati a controllare l’intera fascia costiera a est dello stato messicano, dallo Yucatán fino al confine statunitense: un corridoio perfetto tanto per il trasporto di droga ed esseri umani da sud a nord quanto per quello di armi da nord a sud.

Nemmeno i ‘Mata Zetas’ sono dei completi sconosciuti: alcune fonti li accreditano come il braccio armato di un cartello minore, il ‘Cártel de Jalisco Nueva Generación’. Altri hanno voluto vedere nel loro operato l’intervento del non ancora sconfitto cartello del Golfo, o del potente cartello di Sinaloa, capeggiato da Joaquín ‘El Chapo’ Guzmán.

A più di un mese dall’inizio dei fatti, tuttavia, la situazione è ancora confusa: non è stata chiarita l’identità delle centodieci vittime, e la loro effettiva appartenenza o meno a questo o a quel cartello della droga. Né la responsabilità dei ‘Mata Zetas’, che effettivamente nel loro narcocomunicado non si fanno mai carico delle esecuzioni; né la dinamica che regge il complesso dei fatti e l’escalation di violenza che la città e lo stato di Veracruz stanno vivendo. L’operazione ‘Veracruz Seguro’, al tempo stesso, pare aver portato a un’ulteriore militarizzazione del territorio. Nonostante alcune catture, il numero delle esecuzioni non ha ancora smesso di crescere, né il possibile insorgere del fenomeno del paramilitarismo in Messico può dirsi escluso.

 

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