Tutti i luoghi comuni sugli immigrati

Un capitolo del libro di Gianpiero Dalla Zuanna e Guglielmo Weber, che smentiscono con dati precisi molte solide credenze popolari italiane

di Gianpiero Dalla Zuanna e Guglielmo Weber

Nel nostro paese ci sono troppi immigrati
Nel secolo che va dal 1875 al 1975, venticinque milioni di italiani sono partiti alla ricerca di fortuna in paesi lontani, e un’altra immensa schiera ha lasciato le campagne e le montagne per cercare una vita migliore in altre regioni o città italiane. Ma a partire dagli ultimi anni del Novecento, tutto è cambiato.

Oggi nel nostro paese vivono più di cinque milioni di stranieri, e almeno 800 mila di loro sono immigrati nel biennio 2009-10, in piena crisi economica. L’arrivo di queste persone ha allineato il nostro agli altri paesi d’Europa con una lunga tradizione immigratoria. L’8% degli abitanti dell’Italia sono stranieri, più o meno come in Germania, in Inghilterra e in Francia. Le immigrazioni hanno cambiato in profondità la demografia italiana. La popolazione – stagnante negli anni Ottanta – ora aumenta rapidamente. Vent’anni fa, il censimento del 1991 contò poco meno di cinquantasette milioni di italiani, quasi lo stesso numero di dieci anni prima.

All’inizio del 2011 – tenendo conto anche degli stranieri irregolari stabilmente presenti – in Italia vivevano più di sessantuno milioni di persone, un numero mai raggiunto nella nostra storia. Anche nel 2009 e nel 2010, anni di crisi economica, ogni giorno più di mille stranieri si sono iscritti alle anagrafi dei Comuni italiani, e ogni anno sono nati 100 mila bambini con almeno un genitore straniero, su 570 mila nascite totali. Malgrado il continuo aumento della sopravvivenza degli anziani, anche l’invecchiamento è rallentato perché gli stranieri sono assai più giovani degli italiani: trent’anni in media, contro i quarantacinque degli italiani.

Anche il rimpiazzo delle generazioni è garantito. Grazie alle immigrazioni, i trentenni del 2011 sono in numero simile ai trentenni che vivevano in Italia nel 1981. Non è vero che il numero è potenza, che più siamo e meglio stiamo. Per quanto se ne sa, il numero «ottimale» di italiani potrebbe anche essere di otto milioni, come ai tempi dei Longobardi e di Carlo Magno, quando la densità del popolamento era la stessa che c’è oggi in Mozambico.

Vogliamo solo dire che non c’è alcun segnale di declino demografico, perché gli immigrati stanno «salvando» la popolazione del nostro paese. Senza di loro, a causa della bassa natalità, gli abitanti dell’Italia sarebbero invecchiati assai più rapidamente, con drammatiche conseguenze per tutto il sistema economico e sociale. Però la demografia non è tutto (anche se è molto… specialmente per i demografi). Il titolo di questo capitolo va preso molto sul serio, anche perché il dibattito sul numero giusto degli immigrati è molto animato in tutti i paesi ricchi, fra gli studiosi, i politici e la gente comune.

Recentemente, in un’intervista televisiva a reti unificate, il presidente Nicolas Sarkozy ha detto che in Francia gli stranieri sono troppi. Il Giappone – che pure ha una demografia ancora più «vecchia» di quella italiana – continua a tener chiuse le porte agli immigrati poco istruiti. In Germania, il cancelliere Angela Merkel, in un discorso al congresso del suo partito, ha affermato che il multiculturalismo in Germania si sta dimostrando un fallimento. Negli Stati Uniti le diverse posizioni di apertura o chiusura sulle immigrazioni si fronteggiano fin dai tempi di George Washington, con esiti alterni. È quindi un bene per l’Italia continuare sulla strada delle abbondanti immigrazioni? Oppure sarebbe meglio porre un freno ai nuovi arrivi? Per rispondere a queste domande è necessario interrogarci sulle conseguenze di questa rivoluzione demografica sull’economia e sulla coesione sociale.

Il mito: l’immigrazione frena lo sviluppo economico e la modernizzazione dell’Italia
Il pensiero dominante è che le conseguenze negative delle immigrazioni sovrastino quelle positive. L’economista pessimista mette l’accento su almeno due effetti indesiderati dei sostenuti flussi immigratori. Egli dice che gli immigrati danneggiano lo sviluppo economico, perché una disponibilità praticamente illimitata di manodopera a basso costo induce gli imprenditori a non investire in innovazione, preferendo insistere su attività immediatamente profittevoli, ad alta intensità di lavoro poco qualificato. Ciò – alla lunga – impiomba le ali dell’economia, perché rallenta la creazione di prodotti ad alta gamma, indebolendo la presenza italiana sui settori tecnologici di punta ed esponendo l’Italia alla concorrenza di paesi a basso costo del lavoro.

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