Il Governo spinge sulle intercettazioni

In cosa consiste l'emendamento che ieri ha fatto infuriare l'opposizione, portando Giulia Bongiorno alle dimissioni

La giornata di ieri è stata molto importante nella discussione parlamentare sulla legge che cambia la regolamentazione delle intercettazioni telefoniche. “La maggioranza ha voluto strafare”, scrive oggi il Corriere della Sera. “Doppio colpo di scena sulle intercettazioni a Montecitorio”, scrive Repubblica. È successo, infatti, che nel corso di una giornata di intense trattative in commissione Giustizia alla Camera il PdL abbia deciso di accelerare su molti dei punti su cui stava faticosamente cercando un accordo con l’UdC e col Terzo Polo.

Il Terzo Polo, infatti, sarebbe stato pronto ad astenersi davanti alla riproposizione del testo concordato dal Governo nel 2010, quando Futuro e Libertà faceva ancora parte della maggioranza. Quel testo prevedeva la possibilità dei giornalisti di pubblicare un riassunto – non le trascrizioni integrali – di tutte le intercettazioni depositate e a conoscenza della difesa. Ieri però due deputati del PdL, Enrico Costa e Manlio Contento, hanno presentato un emendamento che stravolge quella impostazione. Tutti i giornali danno per scontato che l’emendamento sia stato concordato col ministro Palma e il deputato Ghedini, presidente della consulta del PdL sulla giustizia.

L’emendamento stabilisce che le intercettazioni debbano rimanere riservate – e quindi impubblicabili, non solo integralmente ma anche per riassunto – da quando il pm le inserisce in un atto fino alla cosiddetta “udienza filtro”, da tenersi entro 45 giorni, durante la quale il giudice, sentiti gli avvocati di entrambe le parti, distingue le intercettazioni importanti da quelle irrilevanti, che vengono così distrutte. Il contenuto delle intercettazioni giudicate irrilevanti dal giudice non sarà quindi pubblicabile mai e in nessun modo, nemmeno per riassunto. Per i giornalisti che dovessero contravvenire a questa norma scatterebbe il carcere, da sei mesi a tre anni di detenzione.

Giulia Bongiorno ha reagito alla presentazione e all’approvazione dell’emendamento dimettendosi dalla presidenza della commissione Giustizia della Camera, che passa proprio allo stesso Enrico Costa. Bongiorno ha motivato la decisione criticando il contenuto del provvedimento, dicendo quindi che debbano essere comunque i giornalisti a decidere se e cosa pubblicare, e criticando soprattutto l’atteggiamento dei deputati del PdL, coi quali lei aveva trattato a lungo e che poi hanno cambiato idea improvvisamente su ordine di Berlusconi.

L’altra novità di ieri ha a che fare col comma 29, la cosiddetta norma “ammazzablog”. Un emendamento del deputato del PdL Roberto Cassinelli ha di fatto disinnescato la norma sull’obbligo di rettifica, che si applicherà soltanto alle testate registrate, come peraltro la legge già prevede. Restano fuori quindi siti non giornalistici – compresa Wikipedia – e personali. Oggi alle 10 è cominciata la discussione in aula sul decreto. La rottura del Terzo Polo implica che con ogni probabilità il provvedimento sarà approvato mediante voto di fiducia.

foto: Mauro Scrobogna / LaPresse