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  • giovedì 6 ottobre 2011

Il Dashain, la festa dei nepalesi

Le immagini di questi giorni a Katmandu, le cui strade si riempiono di lumini e sangue di poveri bufali

di Matteo Miele

Niranjan Manandhar è un mio caro amico che lavora in una banca a Katmandu. Ha ventisette anni e ha quindi visto con i suoi occhi di bambino, adolescente e ora adulto, il difficile e drammatico cammino del suo paese, da monarchia assoluta a repubblica.

Da dieci giorni è impegnato nei festeggiamenti del Dashain, una delle più importanti festività nepalesi. In tutto il mondo i nepalesi festeggiano il Dashain. Anche in Bhutan, dove rappresentano una rilevante minoranza, oggi è un giorno di festa in tutto il paese. L’ottava e la nona sera (ieri) Niranjan si è riunito con tutta la famiglia per festeggiare in casa. Ogni mattina, invece, insieme alla madre va in uno dei tantissimi templi dedicati a Durga. Sempre in un tempio diverso.

Durga è un’incarnazione di Parvati, la sposa di Shiva. Ma se gli antichi testi e le sculture ci consegnano l’immagine di Parvati, madre del dio Ganesha, come una donna dalle forme perfette e passionale amante del Distruttore (questo il ruolo di Shiva nella Trimurti, accanto a Brahma, il Creatore, e Vishnu, il Conservatore), la figura di Durga è decisamente meno pacifica. Con numerose braccia, in groppa ad una tigre e con una spada sconfisse un demone che aveva la forma di un bufalo. L’altra forma di Durga, forse la più famosa in Europa, è Kali, la nera, spaventosa, con gli occhi rossi e la lingua penzolante mentre danza sul corpo del marito e tiene, in una delle quattro mani, la testa mozzata del gigante ucciso. Ancora più paurosa se si è letto Salgari, che raccontava la ferocia di una setta di seguaci ne I misteri della jungla nera.

Le storie legate al Dashain, però, sono tante, mi dice Niranjan. E le raffigurazioni, per quanto terribili, raccontano la vittoria del bene sul male. Un altro dei racconti associati alla festività è quello di Ram (Rama), il settimo avatar di Vishnu, che sconfisse Ravana, secondo quanto narrato nel Ramayana, uno dei due grandi poemi epici indiani (l’altro è il Mahabharata).

Sono miti antichi, che mescolano tradizioni indoeuropee alle leggende che gli ariani, provenienti da occidente, incontrarono dopo la loro migrazione verso est, in India e, appunto, in Nepal, plasmando quell’insieme policromo di memorie primitive, remote epopee, storie di divinità, uomini, donne, re, eroi e animali che sono state sintetizzate sotto il nome di induismo.

In Nepal, durante il Dashain, in memoria della vittoria di Durga sul demone, viene sacrificato un numero incalcolabile di bufali e altri animali domestici, provocando le proteste degli animalisti.
Il sangue dei sacrifici bagna le strade di Kathmandu, la capitale di un paese che cerca da tempo una stabilità politica, dopo anni di guerriglia.

Unificato nel ‘700, il Nepal riuscì a mantenere la propria indipendenza anche con gli inglesi. Il trono del paese è stato a lungo occupato dalla dinastia Shah. Ma il potere, dalla seconda metà dell’Ottocento fino all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso, è passato effettivamente nelle mani di un altro casato, la famiglia Rana, una stirpe di primi ministri, vicini ai britannici e imparentata alla famiglia reale.

Quando gli inglesi lasciarono l’India, il re Tribhuvan decise di riprendere il controllo del paese mettendo fine al potere, nel 1951, del primo ministro Mohan Shamsher Rana, che un anno prima lo aveva costretto a fuggire in India e stabilendo sul trono il nipote di tre anni, Gyanendra.
Il primo giugno 2001 l’erede al trono Dipendra uccise il padre, il re Birendra (fratello di Gyanendra) e altri membri della famiglia, togliendosi poi la vita. Dopo la morte di Dipendra, Gyanendra diventò nuovamente re del Nepal fino al 2008, quando venne finalmente proclamata la repubblica.

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