Le migliori canzoni dei R.E.M.

Michael Stipe e i suoi hanno annunciato ieri lo scioglimento della band, avevano cominciato nel 1980

I R.E.M, la band di Michael Stipe, Peter Buck, Mike Mills (e anche di Bill Berry, fino al 1997) hanno annunciato mercoledì 21 settembre 2011 lo scioglimento del gruppo dopo trentuno anni di attività. E nelle ore successive internet si è popolata di commenti, canzoni preferite, link a questo o quel video di YouTube e citazioni congrue (“It’s the end of the world as we know it”, “This one goes out to the one I love”, “Why not smile”, “The worst joke ever”…)
Luca Sofri (il peraltro direttore del Post) in Playlist, La musica è cambiata aveva raccolto le sue canzoni preferite di un repertorio piuttosto esteso, a cominciare dal 1984. Ma i dissensi e le scelte alternative sono tutte benvenute, oggi.

REM (1980, Athens, Georgia)
Quattro (in seguito tre) di Athens, Georgia. La rock band più popolare degli ultimi vent’anni, assieme agli U2 (a seconda che preferiate una rock star da foto con i capi di Stato o una reticente e schiva). L’editore ha ritenuto inaccettabile la proposta di pubblicare un’appendice di 128 pagine al presente volume contenente la playlist dei REM, che quindi viene presentata qui in versione inevitabilmente mutilata a causa di una decisione dal bieco sapore commerciale.

So. Central rain (Reckoning, 1984)
L’“I’m sorry!” nasale di Michael Stipe fu la prima cosa dei REM che arrivò al mondo fuori dalle radio universitarie (la cantarono in tv da David Letterman prima ancora che fosse pubblicata). Prime avvisaglie del genere che poi sarebbe stato chiamato alternative o alt-country. “So.” sta per “southern”.

(Don’t go back to) Rockville (Reckoning, 1984)
Canzonetta country-pop con un gran ritmo di chitarre, scritta da Mike Mills, il bassista della band, all’università di Athens. I genitori della sua ragazza avevano deciso che laggiù tirava un’aria troppo vivace e poco proficua per lo studio, ed era meglio che lei tornasse a casa a Rockville.

The one I love (The document, 1987)
Questa canzone è per colei che amo e persi. Bello, no? No. “Questa canzone è per colei che amo e persi, un semplice puntello per occupare il tempo”. (Una teoria vuole si parli di masturbazione, con quell’esplosione di “fire!” che si aggiunge al breve testo citato).

Orange crush (Green, 1988)
Un precipitoso attacco di batteria, e un rocchettone il cui testo ha avuto diverse interpretazioni che girano intorno all’ipotesi che “orange” sia napalm o qualche altra arma chimica usata in Vietnam.

Untitled (Green, 1988)
Sul disco non era indicata, e quindi non c’è mai stata chiarezza sul titolo: alla Biblioteca del Congresso è depositata con il nome “11”, perché era l’undicesimo pezzo. Gran canzone conclusiva, con gli ingredienti che avrebbero messo nei loro popolari dischi successivi: fino a questo punto erano ancora quasi solo una cosa americana.

Everybody hurts (Automatic for the people, 1992)
“Non buttarti giù: tutti piangono. Tutti soffrono”. Pause, controcanti, giro di chitarra lentissimo. Un classico del repertorio, su un tema altrettanto classico: tieni duro, puoi contare su di me. “No, no, no, you’re not alone…”. Dopo che alcuni giornali ebbero sostenuto che prima di uccidersi Kurt Cobain stesse ascoltando Automatic for the people, qualcuno dubitò dell’efficacia del messaggio.

Nightswimming (Automatic for the people, 1992)
“Per nuotare di notte, ci vuole una notte tranquilla”. Del fare il bagno nudi, la notte, e del ricordare il tempo in cui si faceva il bagno nudi, la notte. Passa per una rarità il fatto che Stipe abbia scritto le parole prima della musica.

Find the river (Automatic for the people, 1992)
Bellissima. Anni fa in un sondaggio tra i fan risultò la canzone più amata dei REM. Ed è stata fatta inno da certi circoli di canoisti. L’unica canzone della storia che citi il bergamotto, che io sappia.

E-Bow the letter (New adventures in hi-fi, 1996)
Con un certo fegato, i REM pubblicarono come primo singolo del disco questa canzone impossibile da tenere in testa e canticchiare, senza niente che somigli a un vero refrain. Infatti fu un mezzo flop. Ma l’andamento e dove dice “here comes the flood”, sono grandi. “E-Bow” è un apparecchio per la distorsione del suono della chitarra. La voce femminile (femminile fino a un certo punto) è di Patti Smith.

Electrolite (New adventures in hi-fi, 1996)
“Electrolite” sembra un vecchio pezzo dei REM, quasi country, piano, chitarra e violino.
“Il Ventesimo secolo se ne va a dormire, un sonno profondo. Non batteremo ciglio”. Parla del secolo che e ne va, o degli studi della 20th Century Fox?
«Il titolo viene da quando arrivi a Los Angeles in aereo, e la vedi dall’alto che sembra una coperta di stelle, o una di quelle strane creature marine fosforescenti. Come mi sia uscito “electrolite” da tutto questo, non lo so: la parola giusta non mi è mai venuta, qualcosa tipo “fosforescenza” o “bioluminescenza”. Pensavo fosse elettro-qualcosa, così ho aggiunto “light” (luce), scrivendolo come fanno nella lingua delle diete» (Michael Stipe).

Why not smile (Up, 1998)
Il batterista Bill Berry lasciò la band all’apice del successo mondiale, in cerca di una serenità che non aveva. Gli altri ci rimasero molto male. Stipe si chiese se la band sarebbe stata la stessa e si rispose: «Immagino che un cane con tre zampe sia ancora un cane. Deve solo imparare a camminare in un altro modo». Senza di lui, la band incise Up, lavorando più sui suoni elettronici e le drum machines. “Why not smile” ha un andamento da carillon. “Sei stato triste abbastanza: perché non fai un sorriso?”.

At my most beautiful (Up, 1998)
Secondo Stipe “ho trovato il modo di farti ridere” è una delle più belle cose che si possano pensare, e questa è la sua migliore canzone d’amore. Lui le legge brutte poesie nella segreteria telefonica. Molto Beach Boys, che saranno evocati ancor più nelle canzoni del disco successivo, Reveal.

The great beyond (Man on the moon, 1999)
Il film Man on the moon con Jim Carrey raccontava la vita di Andy Kaufman, celebre comico americano morto di cancro. L’ispirazione per il titolo era venuta da “Man on the moon” dei REM, dedicata a sua volta a Kaufman (di cui mette in dubbio la morte, suggerendo che sia nascosto da qualche parte a spassarsela). “Man on the moon” era in Automatic for the people, e fu usata per il film assieme a una loro nuova canzone, “The great beyond”. Che parla del tentare l’impossibile: “I’m pushing an elephant up the stairs…”.

I’ve been high (Reveal, 2001)
“What I want… What I really want is…”. Bella, bella. Gli americani a questo punto si erano stufati dei REM e le loro vendite non erano più quelle di un tempo: il botto lo facevano in Europa, o in Giappone.

Imitation of life (Reveal, 2001)
Peter Buck disse poi che nessuno di loro aveva mai visto Imitation of life, il film di Douglas Sirk con Lana Turner (in italiano “Lo specchio della vita”). È una delle canzoni più allegre e canticchiabili della band, che pure ne ha fatte: “that sugar cane that tasted good, that cinnamon, that’s Hollywood, come on come on, no one can see me cry!”.

Leaving New York (Around the sun, 2004)
Un’altra canzone scritta dall’aeroplano, questa volta sulla costa opposta rispetto a “Electrolite”: dedicata alla seconda città di adozione di Michael Stipe, con un attacco del refrain stupendo: “you might have laughed if I told you…”.

Make it all okay (Around the sun, 2004)
È il suo attacco, è la sua voce, è l’abitudine a uno stile che è solo dei REM e che forse è diventato anche monotono. Ma se ci sei legato da sempre, non te ne stanchi mai.

Aftermath (Around the sun, 2004)
Come suggerisce il titolo (“aftermath” significa strascico, conseguenza, momento successivo) è una bella canzone da mettere in moto e tornarsene a casa.

Supernatural superserious (Accelerate, 2008)
Un ritorno cattivo come ai vecchi tempi, e l’attacco col riff di chitarra immortale (che ricorda “Louie Louie” e mille altre). Ma quando c’è da fare il coretto – anche quello un vecchio cavallo di battaglia – sono sempre tutti lì. “Everybody here…” tadà-tada tadà…