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  • martedì 5 Luglio 2011

La norma che sospende la sentenza Mondadori

Da dove viene il caso che potrebbe costare 750 milioni a Silvio Berlusconi e come ieri si è trovata una scappatoia temporanea

Silvio Berlusconi ha annunciato il ritiro della norma contestata.

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Il testo della manovra finanziaria ha subito una modifica, ieri, che oggi ha dato il titolo di apertura a quasi tutti i quotidiani italiani, dopo aver travolto le homepage ieri nel tardo pomeriggio grazie alla scoperta di un giornalista del Sole 24 Ore. La norma è inserita nell’articolo 37, comma 23, lettera B, e se fosse approvata dal Parlamento finirebbe infatti per incidere su un importante caso – prima industriale, poi giudiziario, ora politico – che coinvolge direttamente il presidente del Consiglio e le sue aziende, nonché il panorama editoriale italiano. Parliamo del cosiddetto lodo Mondadori, una storia che comincia quasi venticinque anni fa.

Di cosa parliamo
Negli anni Ottanta tre gruppi imprenditoriali – Berlusconi, Formenton, De Benedetti – si contendono il controllo della Mondadori, di cui possiedono le quote. La famiglia Formenton stipula un accordo per la vendita delle sue azioni al gruppo di De Benedetti ma poi cambia idea e vende tutto a Berlusconi, che nel 1990 diventa presidente di Mondadori. Una sentenza di arbitrato dà ragione a De Benedetti, però, che dopo sei mesi ottiene le azioni di Formenton e la presidenza di Mondadori per il suo gruppo industriale. Il caso arriva in tribunale e la sentenza in primo grado restituisce le azioni dei Formenton a Berlusconi. Nel 1995 viene aperta un’inchiesta su quella sentenza, a seguito delle dichiarazioni di Stefania Ariosto, allora compagna del deputato di Forza Italia Vittorio Dotti, che nell’ambito di una serie di testimonianze su pratiche illegali degli uomini vicini a Silvio Berlusconi racconta alcune cose che dice di essere venuta a sapere sull’affare Mondadori. Ariosto spiega che Cesare Previti, avvocato di Berlusconi, era amico di Vittorio Metta, il giudice che ha emesso la sentenza. Gli inquirenti trovano trasferimenti di denaro tra società offshore riconducibili a Silvio Berlusconi e il giudice Metta. Il processo per corruzione si conclude in primo grado con le condanne, tra gli altri, di Vittorio Metta e Cesare Previti, riconosciuti colpevoli. La sentenza di appello ribalta la condanna in primo grado ma è a sua volta annullata dalla Cassazione, che nel 2006 fa ripetere il processo d’appello. Il caso arriva a conclusione definitiva nel 2007, quando sia Previti che l’ormai ex giudice Metta vengono riconosciuti colpevoli.

Sulla base della sentenza definitiva sul caso Mondadori, De Benedetti muove causa civile al gruppo Berlusconi chiedendo un risarcimento del danno economico frutto della corruzione. La sentenza di primo grado, emessa nell’ottobre del 2009, dice che Fininvest deve risarcire De Benedetti con 750 milioni di euro. È la sentenza emessa dal giudice Mesiano, che gli costerà l’antipatico e contestato servizio di Mattino Cinque (quello dei “calzini turchesi”, se ricordate). Il gruppo Fininvest fa ricorso in appello, la sentenza è attesa a breve. Ma nel diritto civile le sentenze sono immediatamente esecutive, anche quelle non definitive. A meno che il giudice non decida, a sua discrezione, di sospenderle, come è accaduto in questo caso.

Cosa dice la norma contestata
Ci sono due articoli del Codice di procedura civile, il 283 e il 373, che concedono la facoltà di sospendere l’esecutività delle sentenze tra primo grado e appello, se il giudice – a sua completa discrezione – individua “gravi e fondati motivi”, come per esempio un danno “grave e irreparabile”. Queste norme sono state già applicate nel caso Berlusconi-Mondadori, tant’è che nonostante la sentenza di primo grado Fininvest non ha ancora risarcito De Benedetti. La norma introdotta dalla manovra finanziaria, però, rende obbligatoria la sospensione della sentenza, eliminando la discrezionalità del giudice, per le condanne che superano i 20 milioni di euro. Il tutto in cambio di una “idonea cauzione”, spesso una semplice fidejussione. Questo vuol dire che, se la sentenza di appello dovesse confermare il risarcimento stabilito in primo grado, Fininvest non dovrebbe pagare: la sospensione scatterebbe automaticamente in attesa della decisione finale della Corte di Cassazione. Senza che un giudice possa ritenere altrimenti.

Chi ha prodotto la norma
Per il momento nel Governo c’è ancora un certo tira e molla. I quotidiani escludono che la norma, inserita in una stesura della Finanziaria successiva a quella iniziale, possa arrivare dal ministero dell’Economia. Niccolò Ghedini, deputato e avvocato di Berlusconi, dice di non sapere “nemmeno come sia scritta”. Il PresdelCons ne ha rivendicato la correttezza generale, sostenendo che la norma è “giustissima”. Uno dei pochi esponenti della maggioranza disposti a parlare del provvedimento è stato ieri Enrico Costa, capogruppo del PdL nella commissione Giustizia alla Camera. Costa ha spiegato che “in un momento di congiuntura economica sfavorevole, si è ritenuto di contemperare il diritto del creditore e le ragioni del debitore quando le somme di denaro assumono dimensioni di rilevante entità”.

foto: Roberto Monaldo / LaPresse