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  • lunedì 27 Giugno 2011

L’India s’inventa una città

Lavasa sarà la prima città interamente costruita e governata da una singola azienda privata

Lavasa è una città a circa duecento chilometri a sud di Bombay, in India. Quando la sua costruzione sarà completata, sarà la prima città indiana interamente realizzata e governata da una singola azienda privata, la Hindustan Construction Company. L’Atlantic racconta la sua storia.

Lavasa si trova a circa duecento chilometri a sudovest da Bombay, la capitale della finanza e dell’intrattenimento indiano, e a circa ottanta chilometri da Pune, uno degli hub più importanti del paese per l’industria informatica e dell’animazione. Se tutto andrà secondo i piani, Lavasa ospiterà più di trecentomila abitanti in cinque distinti “paesi”. Avrà anche hotel di lusso, scuole, accademie sportive, campi da golf, studi d’animazione, aziende software, laboratori biotech, studi legali e studi d’architettura. In breve, sarà il centro di tutte le industrie della conoscenza dell’India. Gran parte di queste industrie devono ancora arrivare, ma i segnali sono promettenti: a Dasve, il primo dei cinque paesi di Lavasa che sono stati realizzati, e che dovrebbe essere completato entro la fine di quest’anno, le case sono già state quasi tutte vendute.

Lavasa è nata da un’idea di Ajit Gulabchand, capo della Hindustan Construction Company, un conglomerato dell’industria indiana, conosciuto per avere lavorato su mega-progetti di ponti e dighe. Lavasa avrà acqua potabile per tutte le case, elettricità, reti fognarie, raccolta differenziata della spazzatura, e connessioni in fibra ottica alla rete internet. Un modello molto lontano dalla realtà attuale delle città indiane. Ma forse l’aspetto ancora più radicale di Lavasa, spiega l’Atlantic, è che avrà una propria amministrazione. Privata.

La maggior parte delle città indiane sono amministrate direttamente dagli Stati a cui appartengono. Il risultato è che spesso lo sviluppo urbano è condizionato dagli interessi dei politici. La Lavasa Corporation – l’azienda creata ad hoc per l’amministrazione di Lavasa – ha assunto Scot Wrighton, un americano, come “manager” della città. Wrighton dice che Lavasa gli ha offerto la possibilità di «costruire un nuovo modello di amministrazione in un paese in cui l’amministrazione locale non funziona». La legge dello stato del Maharashtra consente alla Lavasa Corporation di assumere molti dei poteri e delle funzioni abitualmente riservati allo stato, tranne quelli di polizia e quelli fiscali. La Lavasa Corporation guadagnerà dalla vendita e dagli affitti delle case. Nonostante l’azienda dica che alla fine spera di arrivare a un sistema di amministrazione pubblico-privata, resta da capire se un governo di questo tipo lavorerà per gli interessi dei cittadini o quelli dei suoi investitori privati.

Un’altra critica mossa al progetto di Lavasa riguarda poi il prezzo delle case. Come si può parlare di nuovo modello di sviluppo, dicono molti analisti, se gli appartamenti meno cari costano tra i 17mila e i 36mila dollari? Un prezzo totalmente irraggiungibile anche per la stragrande maggioranza della classe media indiana. Gulabchand risponde dicendo che ci saranno anche appartamenti meno costosi, che potranno essere affittati per 11 dollari al mese. Ma restano in ogni caso i dubbi su quanto un progetto così artificiale possa funzionare a livello sociale.

Camminando a Lavasa sono rimasto impressionato da come tutto sembrasse innaturale, e non soltanto perché la città è ancora in gran parte vuota. Niente dell’architettura di Lavasa ricorda l’India. Perfino il suo nome, vagamente italiano, è artificiale, prodotto dall’americana Landor. Gulabchand se la prende quando glielo faccio notare. «È come dire che se non sei un fachiro non sei indiano», risponde. «Perché dovremmo guardare al passato? L’India è una società giovane».