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  • sabato 7 Maggio 2011

La celebrazione dei corpi

Quello che unisce matrimonio reale, beatificazione di Wojtyla e morte di Osama bin Laden

di Filippomaria Pontani

Londra, Roma, New York. Per una irripetibile coincidenza della storia, lo scorso weekend ha addensato in rapida successione nelle tre capitali dell’Occidente ragguardevoli adunate di popolo, anzi di popoli diversi e compositi, accorsi al richiamo non già di una ricorrenza, di un trofeo sportivo o di un’idea, bensì – giusta una temperie avida anzitutto di effimeri simboli individuali – dietro al fascino di tre corpi.

A Londra, tra i cappellini e gli strascichi, su tutto il royal wedding aleggiava il corpo rimosso di Lady Diana, sfigurato tra le lamiere parigine (estate 1997), ma ancora memorabile nel suo fulgore di sposa e principessa in quella stessa chiesa, giusto trent’anni fa. Chi all’epoca era bambino ricorda il matrimonio con Carlo come una vera fiaba (di quelle che si perdono nella notte dei tempi, pari pari), non ancora irrimediabilmente compromessa dall’ombra dell’Alma, dei servizi segreti, dei tampax. E forse potrà sorprendersi del fatto che non solo e non tanto i sudditi inglesi, ma anzitutto i governanti di tutto il mondo, dopo l’indubitabile discontinuità rappresentata da Diana nei riti sempre più malcerti della pantomima monarchica, siano tornati ad allinearsi sui banchi di Westminster per celebrare con fasto e partecipazione le nozze di due giovanotti privi fin qui di qualsivoglia merito se non quello di esser nati nel posto giusto.

A chi considererà questa come la tipica, sterile paturnia dei massimalisti, si potrebbe chiedere come si
inserisca il fenomeno Kate nella retorica di coloro (una maggioranza, m’illudo) che non individuano la massima realizzazione di una studentessa universitaria nel matrimonio col Duca di Cambridge (alla Jane Austen) o (alla Silvio Berlusconi) con un bel milionario.

A Roma, due giorni dopo, nel centro del colonnato che abbraccia la Cristianità cattolica campeggiava entro una bara il corpo esibito di Karol Wojtyla, esposto all’adorazione dei fedeli nel momento della sua beatificazione. Secondo una prassi secolare e immutabile, le folle cristiane vengono chiamate a venerare non solo (e non necessariamente) il pensiero o la carriera terrena di un uomo, bensì anzitutto il suo corpo, intero o sminuzzato in reliquie, perché quel corpo è stato latore di spirito divino, e soprattutto (condicio sine qua non) capace di produrre miracoli. Tecnicamente, infatti, i governanti di tutto il mondo (gli stessi del royal wedding, in persona o tramite autorevolissimi delegati) hanno reso omaggio con la loro presenza non già alla figura di Giovanni Paolo II (per quello sarebbe bastato un convegno, o una commemorazione), sibbene alla proclamazione solenne dei suoi poteri taumaturgici, ovvero alla sanzione ufficiale del suo talento di guaritore.

A chi considererà questa come la tipica, sterile paturnia degli anticlericali, si potrebbe chiedere perché, nel momento in cui le folle si accalcano per celebrare una simile enormità, i rappresentanti che dovrebbero guidarle si sentano in dovere di fare altrettanto, se la gran parte di loro (come m’illudo che sia, se i Lumi non sono passati invano) non crede alla veridicità di quel mistero.

A New York, poche ore dopo, le folle sono spontaneamente scese in piazza per celebrare con giubilo l’annientamento del corpo di colui che dieci anni fa aveva devastato la loro città con un attacco terroristico tra i più sanguinari e inattesi della storia. Non importa molto qui sapere se Osama bin Laden avesse o non avesse davvero progettato e ordinato l’11 settembre, né se egli fosse o non fosse ancora saldamente a capo dell’organizzazione nota come Al-Qaeda: appare tuttavia assai probabile, sulla base delle stesse ammissioni del Pentagono, che egli debba la sua fine al tradimento di qualcuno dei suoi (ne fa fede il luogo stesso dove si nascondeva indisturbato), e che la sua morte non sia avvenuta in un conflitto a fuoco bensì nella forma – grosso modo – di un’esecuzione programmata.

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