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  • mercoledì 4 Maggio 2011

Perché Obama non ha chiuso Guantanamo

Il Washington Post racconta come l'amministrazione Obama non è riuscita a realizzare una delle sue promesse

Fin dal giorno dell’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti, una delle sue promesse più attese è stata quella della chiusura definitiva dei campi di detenzione all’interno della base di Guantanamo. Dall’ottobre 2001, quando è iniziato l’intervento armato occidentale in Afghanistan, quasi ottocento persone sono state portate sull’isola di Cuba. Non si tratta di “prigionieri di guerra”, come se fossero soldati di un esercito regolare, e certamente neanche di detenuti comuni: il loro status legale, come vedremo, non rientra in nessuna delle due categorie. Le condizioni della loro reclusione e le critiche delle organizzazioni umanitarie hanno occupato per molto tempo le pagine dei giornali di tutto il mondo: Guantanamo è diventata, per molti, il simbolo di una gestione ingiusta e poco rispettosa dei diritti dell’uomo, da parte degli Stati Uniti, di molti combattenti che venivano fatti prigionieri nella “guerra al terrore”.

Ma la chiusura dei campi di Guantanamo, oggi, è molto lontana. Che cosa ha impedito che l’amministrazione Obama realizzasse la sua promessa? Quali sono stati gli ostacoli esterni e quali le mancanze del governo americano? Il Washington Post ha da poco riscostruito tutta la storia, dall’indomani dell’elezione agli sviluppi delle ultime settimane, prima che la localizzazione di Osama grazie alle confessioni dei prigionieri introducesse un nuovo elemento nella discussione.

Un anno per chiudere Guantanamo
Il 22 gennaio 2009, due giorni dopo il giuramento come presidente degli Stati Uniti, Barack Obama firmò un “ordine esecutivo” che imponeva la chiusura entro un anno della struttura. Una commissione avrebbe riconsiderato la situazione di ciascuna delle 241 persone allora detenute e avrebbe deciso quali avrebbero affrontato un processo e quali invece sarebbero state trasferite.

Lo status legale dei prigionieri, infatti, era poco chiaro. L’amministrazione Bush aveva stabilito che non fossero prigionieri di guerra come definiti dalla Terza Convenzione di Ginevra. A partire dal 2004, una serie di pronunciamenti di tribunali federali e della Corte Suprema avevano cercato di chiarire meglio la loro situazione, mentre il governo aveva iniziato a definirli come “nemici combattenti” e aveva creato un nuovo strumento giudiziario per giudicarli, i Combatant Status Review Tribunals (CSRT). Questi, in decine di udienze quasi sempre a porte chiuse, dovevano appunto verificare che a ciascun detenuto si potesse attribuire la qualifica di “nemico combattente”, senza che si applicassero i normali procedimenti di esame delle prove e delle testimonianze in uso nei tribunali civili.

Quando conclusero le udienze nel 2005, sentenziarono che 38 detenuti non erano combattenti, mentre mantennero quella definizione per più di altri cinquecento. Poco dopo, un giudice federale dichiarò i CSRT incostituzionali. La serie di pronunciamenti legali di diversi tribunali americani andò avanti, ordinando a volte il rilascio di alcuni detenuti che avevano presentato ricorso, ma quando Obama divenne presidente il nodo delle difficoltà di procedura e di definizione non si era ancora sciolto. In questa situazione, l’ordine di Obama sembrava persino andare incontro ai desideri di diversi repubblicani. Durante la campagna elettorale, anche il senatore John McCain, il candidato repubblicano alle presidenziali, aveva parlato di trasferire i detenuti in una base militare del Kansas.

Gli uiguri
Bisognò aspettare qualche mese per il primo passo concreto. Nell’aprile del 2009, una riunione dei responsabili nazionali della sicurezza presieduta dal capo dello staff presidenziale, Rahm Emanuel, approvò il trasferimento di otto uiguri da Guantanamo agli Stati Uniti continentali, per la maggior parte nel nord della Virginia. Gli uiguri sono una popolazione di etnia turca e di religione musulmana che vive soprattutto nella provincia più occidentale della Cina, lo Xinjiang, un’area grande tre volte la Francia molto ricca di petrolio e di gas naturale. Da tempo protestano contro le violazioni dei loro diritti da parte del governo cinese, che da parte sua li accusa di attività separatiste.

In tutte le repubbliche dell’Asia centrale, ma anche in Pakistan e in Afghanistan, si trovano comunità di emigranti uiguri. A Guantanamo se ne trovavano diciassette, ma l’amministrazione Bush aveva concluso che non erano nemici degli Stati Uniti e un giudice federale ne aveva ordinato da tempo il rilascio. Il trasferimento di detenuti negli Stati Uniti era una mossa importante, perché alcuni paesi europei si erano detti disposti ad accettare qualche prigioniero di Guantanamo se gli USA avessero però fatto la prima mossa. Quando tutto era pronto al trasferimento via aereo, la notizia della decisione arrivò alle orecchie del repubblicano Frank R. Wolf, che da trent’anni viene rieletto al Congresso nello stesso collegio della Virginia settentrionale a cui erano destinati gli uiguri.

Wolf inviò al governo e ai media una lettera molto dura, in cui diceva che non bastava la parola del governo per assicurare che dei combattenti addestrati nei campi militari di al Qaida non fossero più pericolosi, una volta rilasciati. Bastò questa protesta perché Emanuel bloccasse tutto. Obama era in carica da solo quattro mesi, e l’amministrazione aveva molto altro di cui preoccuparsi; non era possibile iniziare subito una battaglia con il Congresso. Il piano per il rilascio degli uiguri venne accantonato.

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