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  • mercoledì 20 Aprile 2011

Perché in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti non è successo nulla?

Gli unici due paesi arabi non toccati dalle proteste sono molto ricchi e molto amici dell'Occidente

In tutto il casino di rivolte e rivoluzioni in Medio Oriente e in Nordafrica, ci sono due paesi che non sono stati nemmeno sfiorati dalle manifestazioni antigovernative. L’Atlantic si chiede perché da quelle parti non sia successo nulla. Vediamo prima di tutto di che posti stiamo parlando.

Qatar
Il Qatar è una penisola del Golfo Persico, grande poco più dell’Abruzzo. Uno stretto lo separa dalla vicina isola di Bahrein. Politicamente è una monarchia assoluta: l’emiro è Hamad bin Khalifa Al Thani, che governa dal 1995, quando ha deposto suo padre con un colpo di stato incruento. Gli abitanti, che sono 1,7 milioni, se la passano bene, stando alle statistiche: il paese è primo nelle classifiche del PIL pro capite (staccando il Lussemburgo e Singapore, per dire) e lo scorso anno la crescita dell’economia è stata di uno spettacolare 20%. Le previsioni per il 2011 sono ancora in doppia cifra. Quando un passaparola su internet ha chiamato gli abitanti ad una manifestazione di protesta per il 16 marzo scorso, al giorno stabilito nella piazza non c’era nessuno. Nemmeno la polizia.

Emirati Arabi Uniti
Gli Emirati Arabi Uniti sono una federazione di sette piccoli stati che si affacciano sul Golfo Persico, a est del Qatar. Ciascuno di essi è retto da un emiro. I due principali sono Abu Dhabi, che occupa più dell’85% della superficie totale del paese, e Dubai, che invece è il più popolato (2,2 milioni di persone sugli 8,2 del paese). Gli altri cinque, concentrati nell’est degli EAU, sono più poveri, largamente desertici e hanno un peso molto minore nel governo del paese. La crisi economica ha colpito duramente, in particolar modo l’espansione irrefrenabile di Dubai e i suoi progetti edilizi faraonici, ma ora è iniziata una ripresa che gli analisti considerano molto solida.
Una caratteristica importante degli EAU è il pesante squilibrio demografico: più dell’ottanta per cento degli abitanti sono indiani, filippini, pakistani che lavorano nei cantieri e negli stabilimenti petroliferi. Le pessime condizioni di vita dei lavoratori stranieri furono denunciate in un celebre reportage dell’Independent del 2009 (che costò a Johann Hari, il suo autore, il divieto a fare ritorno nel paese). Gli emiratini, invece, sono molto ricchi e molto privilegiati: come ha detto un funzionario americano all’Atlantic, «qui, di solito, i disoccupati girano in Lamborghini e non hanno banchetti di frutta». Non pagano tasse, hanno cure mediche gratuite e, di solito, un lavoro dato loro dal governo.

Sia il Qatar che gli EAU hanno legami molto stretti con gli Stati Uniti, di cui ospitano basi militari, e si presentano come governi moderati e progressisti che intendono tenere a bada ogni deriva islamista nella popolazione. Nelle moschee degli Emirati, ogni predicatore legge il sermone del venerdì che ha stilato un comitato di sceicchi moderati scelto dal governo.

Il benessere economico, dice l’Atlantic, sembra aver tenuto a freno le volontà di ribellione, nonostante la mancanza di democrazia. Negli Emirati, la stampa non critica mai l’operato del governo e gli arresti delle poche voci critiche sono molto frequenti. Nei confronti degli altri paesi arabi, però, i due paesi hanno svolto ruoli molto meno neutrali e prudenti: i due canali satellitari arabi che forniscono una copertura molto estesa sulle rivolte mediorientali sono Al Jazeera, con sede in Qatar, e Al Arabiya, di Dubai. Durante le discussioni sull’intervento internazionale in Libia, il Qatar ha appoggiato l’aiuto ai ribelli, e ha ammesso anche di aver fornito ai ribelli missili anticarro.

Foto: David Cannon/Getty Images