Il caso Scajola

Non avremmo pensato, un anno fa, di fare ancora un titolo così

Claudio Scajola si dimise da ministro dello Sviluppo Economico il 4 maggio del 2010, dieci mesi fa. Nelle settimane precedenti era ormai diventato palese a tutti che la sua casa romana era stata in cospicua parte pagata da un imprenditore, Diego Anemone, che era implicato in un’inchiesta su appalti e favori concessi dalla Protezione Civile. Scajola aveva negato da subito il pagamento, venendo progressivamente smentito e giungendo fino a sostenere che la casa potesse essere stata pagata a propria insaputa, versione che aggiunse derisioni alle accuse che gli erano state mosse ormai anche dai giornali vicini al centrodestra.

“Le mie dimissioni potranno permettere al governo di portare avanti il lavoro importantissimo che io avevo contribuito a svolgere per il bene dell’Italia”

Parlò così, Scajola, quel 4 maggio. A rileggere gli articoli di quei giorni e quelli dei successivi suona imbarazzante l’ingenuità con cui tante volte negli scorsi mesi ci siamo disposti a immaginare che uno scandalo o un fallimento potessero far cadere il governo Berlusconi, senza mai imparare dalla lezione precedente. Questa maggioranza è molto più solida di una casa antisismica giapponese: lo tsunami continuo che le si abbatte contro da un anno non la scalfisce e lei lo sa. La tecnica berlusconiana di resistenza parte dal ripetersi ogni mattina tre parole: “passerà anche questa”. Basta aspettare e resistere. E così è.

La vicenda di Scajola, che ha fatto suo il pensiero, ne è oggi una dimostrazione invece che una contraddizione come era sembrato al momento delle dimissioni, un inedito. Neanche dieci mesi ed è passata. Da due giorni, l’unico ministro costretto con ignominia e scherno alle dimissioni per indegnità di comportamento è di nuovo protagonista della scena politica, riferiscono i giornali. La sua richiesta di una nuova presenza nel PdL sarebbe suonata un’iniziativa velleitaria a cui rispondere “Claudio, non è il caso”, in condizioni normali. Invece ce la raccontano come solida, sostenuta da diversi parlamentari e il Corriere della Sera di stamattina addirittura apre il suo articolo dicendo che “il rischio è massimo, e nel PdL non lo sottovaluta nessuno”.

Il rischio sarebbe che Scajola crei un gruppo suo, in aperta critica al PdL, e che il clima da “ex Jugoslavia” all’interno del PdL gli dia una qualche consistenza. E che per questo stia ricattando Silvio Berlusconi con la richiesta di un nuovo ruolo nel governo o nel partito.
Cosa accada nel PdL – partito mai esistito con i canoni di un’idea democratica e costruttiva di un partito – è però un’altra storia, e la sua resistenza ai terremoti dovrebbe essere ricordata da tutti. Così come fa Berlusconi che anche stamattina si è svegliato e si è detto le tre parole.

Quello su cui delle parole non ingenue e volatili bisogna spenderle è l’intollerabilità e la mancanza di pudore istituzionale di un’iniziativa come quella di un ministro che ha recato onta al governo del suo paese, e che è stato per questo costretto a dimettersi, che avanza nuove rivendicazioni sullo stesso governo. Che a ognuno sia data una nuova chance è un nobilissimo principio da rispettare, ma non che si discuta di dare a uno zoppo il ruolo di centravanti della nazionale. Scajola è un uomo libero che può fare della sua vita cose molto più ambiziose di quelle concesse alla stragrande maggioranza degli italiani. Ma il ministro no: non si fa, non si chiede, non si appoggia, non si dà udienza. Quello che valeva dieci mesi fa non vale meno oggi: non è successo niente in mezzo ad alleviare l’imbarazzo di un governo con Scajola dentro.

E ci si sente noiosi a rinnovare le formule su un paese in cui nessuno mai si assume la responsabilità dei propri errori, delle proprie colpe, e soprattutto delle proprie presenti inadeguatezze: che poi le formule diventano formule vuote. Quindi bisogna stare attenti a riempirle ogni volta dei loro reali contenuti: e Claudio Scajola, la cui bella casa al Colosseo è stata pagata da un uomo al quale il governo ha concesso ricchi affari, dovrebbe cominciare a recuperare credibilità stando alla larga dalla politica ancora per un bel po’. E il suo partito, se esiste, dovrebbe averglielo già spiegato chiaramente.

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