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  • mercoledì 9 Febbraio 2011

Quelli che vorrebbero tenersi Mubarak

I paesi arabi chiedono a Washington di spingere per una transizione più graduale in Egitto

Per Israele Mubarak era garanzia di stabilità nell'area e controllo sulle possibili derive estremiste

I paesi alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente stanno facendo forti pressioni su Washington affinché non si sbarazzi troppo rapidamente del presidente egiziano Hosni Mubarak e spinga per una transizione politica più graduale dell’Egitto.

Rappresentanti di Israele, Arabia Saudita, Giordania e Emirati Arabi hanno parlato ripetutamente negli ultimi giorni con i rappresentanti del governo americano e spiegato le proprie preoccupazioni. La paura è che un cambiamento troppo repentino in Egitto generi una situazione politica troppo confusa e caotica e possa quindi destabilizzare ulteriormente l’intera regione, mettendo a repentaglio la stabilità dei propri governi.

Finora sembra che la strategia abbia pagato: sabato, dopo giorni in cui gli Stati Uniti avevano chiesto un «cambiamento immediato», il segretario di stato americano Hyllary Clinton ha suggerito di andare verso una «transizione ordinata» guidata dal vicepresidente egiziano Omar Suleiman. Aggiungendo che le immediate dimissioni di Mubarak potrebbero complicare, invece di facilitare, il cammino dell’Egitto verso la democrazia.

Allo stesso tempo gli Stati Uniti hanno anche continuato a esercitare pressioni sul governo egiziano affinché acceleri il cambiamento democratico. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs si era lamentato per alcune dichiarazioni di Suleiman in cui diceva che l’Egitto non era ancora pronto per la democrazia e il vicepresidenteamricano Joseph Biden lo ha chiamato personalmente per invitarlo a muoversi rapidamente verso il cambiamento.

Domani, mercoledì, il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si incontrerà a Washington con il segretario della Difesa americano Robert Gates per la prima volta da quando è scoppiata la rivolta in Egitto. Per Israele Mubarak era garanzia di stabilità nell’area e controllo sulle possibili derive anti-israeliane di alcuni gruppi politici, tra cui soprattutto i Fratelli Musulmani.