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  • lunedì 31 Gennaio 2011

Sei domande sull’Egitto

Tutto quello che dovete sapere se siete stati una settimana su Marte

di Roberto Roccu

Da martedì scorso un’ondata di proteste popolari senza precedenti ha scosso l’Egitto, mettendo Mubarak di fronte alla sfida più difficile dei suoi ormai quasi trent’anni al potere. Dopo l’escalation del “venerdì della rabbia” (gum’a al-gudb) e di ieri, è il caso di provare a mettere assieme i pezzi di un puzzle intricato, per evitare di dare giudizi affrettati o male informati.

Chi è che sfida il regime?
A scendere in piazza non è stata solo la generazione di Facebook e dei social network, come ha osservato sul Guardian Jack Shenker. Piuttosto, per la prima volta dai funerali di Gamal Abdel Nasser nel 1970, a scendere per le strade di Cairo, Alessandria, Suez e anche altre città (seppure in misura minore), sono state tutte le principali componenti della società egiziana, uomini e donne, disoccupati ed insegnanti, studenti e liberi professionisti. È importante sottolineare che il malcontento nei confronti del regime è riuscito persino a far mettere da parte le divisioni confessionali tra copti e musulmani, che pure erano state acuite dall’attentato della vigilia di Capodanno ad Alessandria.

Cosa chiedono?
Per capire cosa motivi le rivolte è sempre importante sapere cosa c’è dietro le parole d’ordine del movimento di protesta. Nel caso egiziano, le più pregnanti sono:

– Horreya (libertà). Dalla cacciata del re Farouk per mano dei Liberi Ufficiali nel 1952, gli egiziani non hanno di fatto più goduto di gran parte delle libertà – sostanziali per pochi e solo formali per molti – che erano garantite dal regime monarchico. Con Mubarak peraltro la situazione in questo senso è peggiorata sensibilmente, visto che poco tempo dopo la sua ascesa alla presidenza fu imposto lo stato di emergenza che di proroga in proroga è in vigore ancora oggi. Non è un caso che il simbolo della protesta sia Midan Tahrir, letteralmente Piazza della Liberazione, originariamente dalla monarchia. Liberazione che non si è mai realizzata appieno nella forma repubblicana che i manifestanti difendono.

– ‘Adala igtimaya (giustizia sociale). In seguito a due ondate di riforme economiche, dal 1990 a oggi l’economia egiziana ha subito dei cambiamenti sostanziali. Nel 1998 le privatizzazioni ottennero addirittura il quarto posto nella classifica delle riforme più riuscite stilata dal Fondo Monetario Internazionale; in tutti gli anni dal 2005 al 2008 l’Egitto figurava nella top ten dei paesi più riformisti in ambito economico contenuta nel Doing Business Report della Banca Mondiale. E in effetti prima della crisi finanziaria globale l’economia egiziana nel suo complesso viaggiava finalmente spedita come un treno, con il PIL che cresceva a una media del 6 per cento l’anno. Eppure allo stesso tempo la disoccupazione (al-batala), altro termine molto presente negli slogan e negli striscioni di questi giorni), è aumentata, così come è aumentata sensibilmente la percentuale della popolazione al di sotto della soglia di povertà. Colpa della corruzione (al-fasad) ma anche di un governo – quello diretto da Ahmed Nazif e dimissionato pochi giorni fa – ancorato su politiche liberiste imperniate sull’idea che i benefici economici delle riforme, dopo aver toccato chi aveva già (costruttori, esercito e banchieri in primis) si sarebbero diffusi per magia, senza alcun intervento pubblico, negli strati più poveri della società egiziana. In realtà, le riforme hanno finito per mettere in ginocchio persino il ceto medio, con sempre più persone – impiegati pubblici, operai, professori – costretti ad arrotondare con un secondo lavoro, spesso al volante di uno degli innumerevoli taxi abusivi che percorrono le strade perennemente intasate del Cairo e delle altre grandi città del paese.

– Dimuqratya (democrazia). Perché il trucco di Mubarak, ereditato da Sadat, stava qui. Il Partito Nazionale Democratico da un lato. E le elezioni a scadenza regolare dall’altro. Abbastanza da costituire un argomento per quanti volessero sostenere sostenere che in Egitto si stava meglio che nel resto del mondo arabo. Come se bastassero la dicitura “democratico” nel nome di un partito e una procedura riconosciuta a fare di un paese una democrazia, per quanto limitata. Come se ci si potesse dimenticare che le elezioni erano sistematicamente precedute e seguite da persecuzioni e sentenze e torture nei confronti di qualsiasi avversario politico che non dimostrasse mansuetudine nei confronti del regime e del suo burattinaio. Oggi, scandendo questo termine per le strade, gli egiziani chiedono la fine di questa beffa, e l’instaurazione di una democrazia sostanziale, realmente plurale, competitiva e rappresentativa.

Qual è la situazione adesso per le strade?
Stando ad AFP, il conto delle vittime dall’inizio delle proteste è arrivato a 135 manifestanti e 12 poliziotti. Gli scontri tra polizia e manifestanti hanno anche provocato almeno duemila feriti. L’esercito è sceso per strada solamente giovedì pomeriggio, nell’intenzione di far rispettare il coprifuoco imposto dal governo, ma ben presto è rimasto “intrappolato” nelle manifestazioni di affetto e solidarietà da parte dei manifestanti. A partire da giovedì, la polizia ha abbandonato intere aree del Cairo, che sono state prese d’assalto da bande armate che hanno fatto irruzione in supermercati, hotel e case in alcuni distretti residenziali quali Maadi e Mohandeseen. Avvisaglie della presenza di vandali si erano avute già nella notte precedente, quando alcuni malviventi erano riusciti a calarsi attraverso il tetto del Museo Egizio, distruggendo due mummie e alcuni monili. Per arginare questi rischi, nella notte tra giovedì e venerdì l’esercito e i manifestanti hanno collaborato per garantire la sicurezza di varie aree della capitale. Venerdì mattina l’esercito aveva ricevuto ordine di non fare più sconti ai manifestanti: pochissimi soldati hanno obbedito, mentre la maggioranza si è frapposta tra la polizia e i manifestanti nel tentativo di sedare le violenze.

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