Il discorso di Veltroni al Lingotto

L'ex segretario riprova a cambiare il mondo e a parlare di vocazione maggioritaria

L’intervento di Walter Veltroni al Lingotto ieri, vissuto da molti come un flashback su un passato recente ma archiviato, ha avuto anche la forza retorica e suggestiva di cui i discorsi di Veltroni sono sempre ricchi, e oggi i disperati della situazione contingente ne discutono e ci pensano (ma anche gli osservatori di professione: Dario Di Vico del Corriere ha scritto su Twitter che “i giornali di oggi trattano abbastanza bene Veltroni”). Rappresenta un modo di intendere la politica e l’Italia così di sogno da essersi dimostrato di sogno già una volta. È per molti l’idea di un paese normale e per altri l’idea di un paese irreale. Proviamo a rileggere cosa contiene (è lungo), evitando veltronismi e antiveltronismi, che sono diventati a loro volta parte del problema.

E’ ancora una volta da qui, da questo luogo, ieri di fatica operaia e oggi di servizi, tecnologia, idee, che vogliamo parlare della nostra Italia. Qui, da questa meravigliosa città che ha esaltato i due tratti fondamentali della nostra peculiarità nazionale, la voglia di intraprendere e lavorare e la grandezza del talento e della creatività.

Da qui, ancora una volta, deve venire una spinta coraggiosa a rendere possibile ciò che oggi rischia di sembrare impossibile.
Da qui deve venire l’indicazione di una luce per uscire dal tunnel e dall’incubo nel quale è precipitato il paese.
In queste ore si è passato ogni segno e la situazione è diventata davvero carica di preoccupazione per tutti coloro che credono nei valori della democrazia e nei valori liberali. E parlo di politica, non di altro.
Un uomo di governo che minaccia i giudici che lo indagano. Sono le agghiaccianti parole pronunciate da Berlusconi nell’ultimo suo messaggio televisivo . Ciò che dava più dolore è che quella espressione minacciosa sulla “punizione” dei magistrati veniva pronunciata davanti alla bandiera tricolore. Nessuno lo può dimenticare: per difendere l’onore di quella bandiera e di questa nazione molti magistrati di Milano, come i loro colleghi di Genova, di Torino, di Roma e come gli eroi semplici di Palermo hanno dato la loro vita.
La situazione in cui l’Italia si trova è davvero grave e pericolosa. Il presidente del consiglio è accusato non di comportamenti, ma di reati, reati gravi. Egli sostiene, per l’ennesima volta, che solo di fandonie e di complotti si tratta.
Ha il diritto di dirlo, anche contro ogni evidenza. Ma non lo deve dire in Tv, facendosi scudo del suo ruolo e utilizzando il suo impero mediatico. Deve dirlo, come ogni cittadino, ai magistrati.
Ha sostenuto che questa volta non lo farà perché la procura di Milano è incompetente. Questa volta? Per non comparire davanti ai magistrati che cercavano la verità ha inventato ogni diversivo possibile, fino a costringere il Parlamento a dedicare buona parte di questa legislatura ad approvare una legge che lo tenesse al riparo dal rischio di dover rispondere alle domande degli inquirenti.
O Berlusconi è in grado di chiarire immediatamente tutto ai magistrati, come è suo diritto ma come dubito possa fare, oppure esiste una sola possibilità. Per una volta pensi a questo paese ferito e colpito. Per una volta pensi a sessanta milioni di cittadini e non a se stesso. Faccia un passo indietro, si dimetta, nell’interesse dell’Italia.

Tornerò più avanti sulle scelte che credo debbano essere compiute in questa delicata fase. Insieme alla preoccupazione, dobbiamo però anche coltivare la fiducia che il paese ora voglia davvero cambiare e ritrovare la serenità perduta.
A distanza di diciassette anni dalla famosa “discesa in campo” di Berlusconi, la promessa di una “rivoluzione liberale”, che modificasse in profondità la struttura del paese, si sta trasformando nel suo esatto opposto.
In mezzo, tra il 1994 e il 2011, c’è il fallimento di ben tre tentativi di governo: tutti e tre salutati al loro insediamento come il vascello che avrebbe finalmente portato l’Italia nel nuovo mondo della modernità, tutti e tre finiti sulle secche, o addirittura colati a picco, con il loro carico di aspettative di cambiamento, appena fuori dal porto.
Più o meno come avvenne alla Wasa, il vanto della marina svedese del Seicento, che si rovesciò e affondò il giorno del varo, davanti agli occhi increduli del re.
E come i maestri d’ascia di Stoccolma tentarono di dare la colpa di quel disastro ad un’improvvisa raffica di vento, così Berlusconi se l’è presa la prima volta coi “ribaltonisti”, la seconda volta con l’11 settembre, la terza volta con la crisi mondiale. E tutte e tre le volte, ovviamente, con la magistratura.
La verità è che la Wasa era mal progettata: aveva un aspetto imponente e un impressionante numero di cannoni, ma non era in grado di tenere il mare. Proprio come il berlusconismo, tanto aggressivo nella propaganda e inarrivabile nella sua potenza di fuoco mediatico, quanto inadatto a governare e a riformare il Paese.
Lo abbiamo scritto a chiare lettere nel documento dei 75 che ha dato vita al nostro Movimento democratico: la radice del suo fallimento sta nel fatto che il berlusconismo è una forma di populismo e il populismo è l’antitesi, la negazione del riformismo.
Ma non siamo venuti qui, al Lingotto, solo per ripeterci che l’Italia sta male e che il berlusconismo è fallito.
Siamo venuti qui anche per interrogarci su cosa possiamo fare noi, noi democratici, quali idee e quali forze possiamo mettere in campo, per dare all’Italia, al nostro Paese, fiducia e speranza nel futuro.
E lo facciamo con l’intento di contribuire positivamente al lavoro di definizione del programma del Pd che è in corso da diversi mesi.
Perché non ci sono scorciatoie. Il miglior modo, forse l’unico modo di accelerare la fine del berlusconismo, è preparare il dopo Berlusconi, la politica di un nuovo ciclo della storia italiana.
Dobbiamo dirci la verità, oggi gli italiani non credono ancora che da noi, dal nostro partito, dal Partito democratico, e più in generale dal centrosinistra, possa giungere la risposta ai loro problemi, ai problemi del paese.
Lo dimostra il fatto che da mesi e mesi, al calo verticale di fiducia nei confronti di Berlusconi, del suo governo e del suo partito, non fa riscontro, come dovrebbe, la crescita di fiducia e di consenso per il Pd, che anzi scende nei sondaggi.
A lungo, non noi, ma molti nel nostro partito hanno pensato che potesse essere una tradizionale strategia delle alleanze a sopperire al nostro calo di consensi. Oggi è chiaro a tutti che non è così.
Solo se il Pd riprenderà a crescere nella fiducia e nel consenso tra gli elettori, potrà trovare sulla sua strada anche le alleanze necessarie.
E solo un Pd che sappia proporre agli italiani una visione del futuro, un progetto coraggioso di cambiamento e una proposta di governo autorevole, credibile e affidabile per realizzarlo, può tornare a crescere, a riconquistare le menti e i cuori degli italiani.
Fino a rendere realistico l’obiettivo di diventare il primo partito del paese, il promotore e il protagonista di quel ciclo riformatore, solido e duraturo, che l’Italia non ha mai conosciuto nella sua storia.

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