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  • giovedì 13 gennaio 2011

L’inventore del pinyin

Nel 1955 Zhou fu incaricato di mettere in piedi un gruppo di lavoro per diffondere il mandarino come lingua nazionale standard, semplificare i caratteri e concepire un alfabeto che fosse uno strumento per l'apprendimento dei caratteri e la diffusione del mandarino

Il risultato dei lavori fu il pinyin, immediatamente adottato in tutte le scuole del paese

di Cecilia Attanasio Ghezzi

«Quando superi i cento anni, smetti di minimizzare la tua età e cominci a gonfiarla». Così commenta il suo compleanno Zhou Youguang, l’inventore del pinyin, il sistema di traslitterazione dei caratteri cinesi approvato nel 1958 e universalmente adottato nel 1979. Perché questo sistema è così importante? Pinyin in cinese si scrive 拼音; provate a leggerlo e a memorizzarlo senza avvalervi della sua traslitterazione. Se ci riuscite, potete smettere di leggere quest’articolo.

Il professor Zhou è nato il 13 gennaio del 1906 e oggi compie 105 anni, 106 se contati alla cinese. Durante la sua lunga esistenza ha conosciuto Mao Zedong, Zhou Enlai, Deng Xiaoping e, anche se ne parla con modestia, Albert Einstein («Gli ho fatto visita un paio di volte, ma non ho mai capito la teoria della relatività, quindi parlavamo di cose comuni»).

La sua vita ricalca ed è fortemente condizionata dalla storia della Cina moderna. Zhou aveva sei anni quando la rivoluzione spazzò via l’ultimo imperatore nel 1912 e quarantatré quando il grande timoniere Mao Zedong fondò la Repubblica popolare cinese. Banchiere di successo, lavorò per la Sin Hua Trust & Savings Bank (oggi parte della Bank of China) e si trasferì nei suoi uffici di New York per tornare in Cina solo quando i comunisti guadagnarono definitivamente il potere nel 1949. Era un momento di grandi speranze e chi era stato all’estero tornava per portare il suo contributo alla nazione. Qui continuò a svolgere la sua ben remunerata attività fino al 1955 quando il governo gli chiese di mettere in piedi un gruppo di lavoro che si occupasse di riorganizzare la lingua nazionale.

La lingua cinese infatti non aveva mai avuto un alfabeto. La scrittura era stata concepita come uno strumento per la creazione di un’entità statale stabile e duratura capace di governare immensi territori e grandi masse di popolazioni differenti. Proprio per questo mirava a segnalare i significati delle parole e non i suoni, che sono soggetti a cambiamenti. Con l’avvento della nuova Cina sotto il controllo del Partito comunista si apriva una nuova fase anche nella storia della lingua cinese. La lingua doveva tornare a essere strumento e garanzia dell’unificazione nazionale.

Si definirono quindi tre strade da percorrere: diffondere il mandarino come lingua nazionale standard, semplificare i caratteri riducendo il numero dei tratti che li componevano e concepire un alfabeto che potesse rappresentare la fonetica e che fosse uno strumento ausiliare per l’apprendimento dei caratteri e la diffusione del mandarino. Quest’ultimo compito fu assegnato a Zhou Youguang e al suo gruppo di lavoro.

All’epoca la linguistica era solo un hobby per Zhou, ma era comunque uno dei pochi cinesi che ne conoscesse qualche rudimento. Aveva persino scritto un libro, The Subject of the Alphabet, di cui la segreteria di Mao gli chiese una copia prima di affidargli l’incarico. Zhou all’inzio era scettico sulle sue capacità, ma si risolse ad accettare il lavoro nonostante il suo stipendio passasse da 600 a 250 yuan. Lavorò notte e giorno per tre anni con una ventina di persone.

Il risultato fu il pinyin, letteralmente trascrizione dei suoni, un sistema che utilizza ventisei lettere dell’alfabeto latino e quattro segni diacritici per indicare il valore tonale delle sillabe. Appena l’alfabeto fu pronto, il governo lo adottò in tutte le scuole elementari del paese.

Il pinyin è estremamente semplice e, indicando il suono dei caratteri cinesi, ha aiutato la popolazione a imparare il mandarino diventando uno strumento di comunicazione tra gli stessi cinesi che vivono in differenti regioni della Cina. Il risultato della politica di scolarizzazione del Partito comunista cinese, inoltre, è straordinario. In sessant’anni il tasso di analfabetismo è calato dall’80 al 10 per cento. Non solo.

All’estero il pinyin è diventato il sistema ufficiale di trascrizione di nomi e toponimi cinesi, diventando il trait d’union tra la Cina e il resto del mondo. Oggi la maggior parte delle persone che scrive un testo in caratteri cinesi, lo fa sfruttando programmi che converono il pinyin in caratteri. Addirittura la versione cinese dell’alfabeto braille è basato su questo sistema. Tutto questo non è sfuggito a Zhou Youguang, che continua a lavorare nonostante la sua incredibile età. E lo nota ridendo in un’intervista del 2009 al China Daily: «Avete visto? I cinesi usano il pinyin per mandare sms e per digitare i caratteri sulla tastiera dei loro computer. È questo che mi rende felice!».

Ed è per questo che chiunque debba scrivere in cinese lo ringrazia.

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