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  • venerdì 7 gennaio 2011

Gli animalisti francesi contro la macellazione rituale

Una campagna definisce "inaccettabile" la macellazione ebraica e islamica, aprendo una questione alimentare e culturale

di Francesca Barca

Il 3 gennaio è stata lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale degli animali: sostenuta da alcune associazioni animaliste, tra cui la Fondazione Brigitte Bardot, lancia un’accusa contro la macellazione ebraica e islamica, che avviene senza che l’animale sia precedentemente stordito.

«Questo animale sarà sgozzato vivo senza essere stordito. Questa è la macellazione rituale». Questo slogan è presente su 2.266 manifesti diffusi su tutto il territorio nazionale francese. Sotto la foto, su sfondo rosso, un’altra frase: «Dal punto di vista della protezione degli animali e per il rispetto dell’animale come essere sensibile, la pratica per la quale si uccide un animale senza prima stordirlo è inaccettabile, qualunque siano le circostanze. Federazione dei veterinari d’Europa».

Già nel novembre scorso era stata diffusa una pubblicità in cui si descriveva la crudeltà di questo tipo di macellazione. In quel caso la campagna era stata bloccata dall’Autorità di Regolazione Professionale della pubblicità (ARPP), cosa che era stata letta dai militanti di destra come «islamizzazione della società». La nuova versione sostituisce i termini “halal” e “kasher” con “macellazione rituale”. I detrattori della campagna aggiungono anche che nel sito della stessa quando vengono illustrate le due tecniche di macellazione non si mostra obiettività: se per quella classica troviamo dei disegni stilizzati, per quella rituale si passa alle immagini. Brigitte Bardot stessa è considerata da alcuni vicina al Front National – il partito di estrema destra di Le Pen – per via delle sue posizioni. Ciononostante l’attrice lo ha sempre negato e il suo impegno per la causa animalista risale agli anni anni Sessanta.

Le associazioni che promuovono la campagna chiedono che venga messo in pratica un “etichettamento” specifico della carne che precisi le condizioni con le quali un animale è messo a morte perché, sostengono, gli animali uccisi in questa maniera si ritrovano poi nella filiera classica di distribuzione senza che il consumatore ne sia al corrente.

Fateh Kimouche, fondatore del sito mussulmano al-kanz.org, rigetta i toni parziali della campagna ma si dice favorevole a un metodo di etichettatura della carne: «C’è molto falso halal. Con un’etichettatura le industrie sarebbero obbligate alla trasparenza». Kimouche non manca però di far notare che la campagna rischia di essere recuperata dall’estrema destra: «Bardot ci racconta che l’halal ha travolto la Francia con cifre fantasiose. In questo modo fa del male agli animali: piuttosto che parlare della loro sofferenza si lancia contro il kascher e l’halal. (…) L’estrema destra riprenderà questo dibattito anche se non ha mai mostrato interesse per la macellazione tradizionale del maiale, che è ugualmente scioccante».

«Questa campagna è una calamità»
La sociologa Florence Bergeaud-Blackler, parte del progetto culturevisuelle.org, sostiene che benché la nuova campagna si basi su delle «verità difficili ma necessarie, è una calamità». Una legge degli anni Sessanta rende obbligatorio, in Francia, lo stordimento dell’animale: le comunità ebraiche, nel 1964, riuscirono ad ottenere una deroga per la macellazione kascher che fu allargata, negli anni Ottanta, alle comunità islamiche. Il problema, dice la sociologa, è che oggi si utilizza il metodo senza stordimento in maniera diffusa – e su scala industriale – perché è più “conveniente” economicamente: niente tempi morti e più produttività. «Non si tratta di un problema tra religiosi e politici, ma di un rapporto di forza tra politica e economia, ormai sempre più favorevole a quest’ultima». Per Bergeaud-Blackler questo è un messaggio pericoloso: gli animali sono difesi male perché «soffrono di una macellazione industriale – qui detta rituale – che rappresenta una regressione» e di, fatto, mettono nella polemica toni «razzisti» e «antisemiti» che allontanano dal vero problema. La questione andrebbe risolta in Europa, dove esiste una direttiva al riguardo (CE n°1099/2009 del 24 settembre 2009) che non è applicata.

Le cifre dell’halal e del kasher
Secondo uno studio della società di consulenza SymphonyIRI, il mercato dell’halal in Francia ha registrato, nel 2010, una crescita del 23% rispetto al 2009. L’insieme del giro d’affari dei prodotti halal è stimato a 5,5 miliardi di euro. Lo studio mostra anche, ovviamente, che questo mercato è legato alla diffusione della popolazione di religione mussulmana: la regione parigina rappresenta il 32 per cento del consumo di questi prodotti, in una zona dove si stima ci sia un 36 per cento di popolazione non francese. Per quanto riguarda le stime per il cibo kasher (secondo la preparazione rituale ebraica) si stima che arrivino a 2,5 miliardi all’anno. Le statistiche etniche in Francia sono vietate, ma secondo le stime che circolano la popolazione mussulmana in Francia si aggira sui cinque milioni di individui, mentre quella ebraica sulle 700mila unità.

Lo scorso febbraio un’altra polemica su questo tema aveva fatto discutere la Francia per settimane, quando la catena di fast-food Quick aveva deciso di sperimentare in 350 ristoranti il “fast-food halal” e l’estrema destra aveva protestato parlando di discriminazione dei consumatori non mussulmani. Sempre in quel mese la Coop aveva aperto dei reparti halal in alcune città italiane. Associazioni animaliste come l’Ente nazionale protezione animali criticarono questo metodo di macellazione definendolo «atroce». Per sedare la polemica l’azienda diffuse i termini dell’accordo con i suoi fornitori, chiarendo che «le bestie vengono stordite prima dell’uccisione».

foto: SEBASTIEN BOZON/AFP/Getty Images