La nuova Unione

Nel 2008 la coalizione di centrodestra era composta soltanto da due partiti: PdL e Lega

La maggioranza parlamentare eletta nel 2006, in occasione della risicatissima vittoria del centrosinistra guidato da Romano Prodi, era formata dal seguente numero di partiti e movimenti: Democratici di Sinistra, Margherita, Rifondazione Comunista, Rosa nel pugno (a sua volta composta da Socialisti e Radicali), Italia dei Valori, Comunisti Italiani, Verdi, Udeur e SVP. Nove. A questi, poi, nell’arco della legislatura se ne sono aggiunti altri sei, frutto di varie scissioni: Sinistra democratica, Movimento politico dei cittadini, Partito democratico meridionale, Sinistra critica, Liberaldemocratici, Unione democratica per i consumatori. In totale sono quindici.

Le conseguenze se le ricorda bene chi ha un minimo di memoria. Le leggi bloccate per mesi in Parlamento, alcune del tutto naufragate. Il governo appeso quotidianamente agli umori di personaggi improbabili. L’attività legislativa di fatto inceppata. Le pagine sui giornali piene di sottilissime distinzioni tra una componente e l’altra del gruppo misto. Il logoramento inesorabile dell’approvazione degli elettori. Due anni di agonia che hanno oscurato anche i timidi risultati positivi ottenuti da quel governo sul fronte dei conti pubblici e resuscitato Berlusconi, costringendo Fini a rientrare nei ranghi e rimandare il suo tentativo di successione all’attuale premier alla guida del centrodestra.

Quel che seguì alle successive elezioni politiche, quelle del 2008, fu uno straordinario successo di semplificazione parlamentare. Cinque partiti alla Camera dei Deputati: tra questi due molto grossi, come è consuetudine in tutte le democrazie avanzate del mondo. Una maggioranza parlamentare composta soltanto da due partiti, PdL e Lega, e quindi libera dal giogo dei vertici interminabili, delle trattative estenuanti, della distribuzione sfrenata di posti da ministro e sottosegretario. Anche qui, sappiamo com’è andata a finire.

Innanzitutto va registrato che la maggiore agilità della coalizione non è servita a garantire un’azione di governo più pronta ed efficace. I problemi di questo Paese sono rimasti lì, intonsi, anche nella fase in cui questo governo godeva di consensi e stabilità senza precedenti. Inoltre, a pochi giorni dal voto parlamentare che ha confermato la fiducia delle camere al governo, non si può non notare quanto quell’eccezionalità frutto delle politiche del 2008 si sia completamente persa per strada.

Oggi la maggioranza di governo è sostenuta da PdL, Lega, Noi Sud, Popolari Italia Domani, Alleanza di Centro per l’Italia, Repubblicani, Movimento di responsabilità nazionale, Liberaldemocratici (uno) e un gruppetto di ex aderenti a Futuro e Libertà. Sono nove. A questi andrebbe aggiunta anche la SVP, la cui astensione nel voto del 14 dicembre è stata determinante per la sopravvivenza del governo. Anche qui i risultati sono evidenti: le leggi bloccate per settimane in Parlamento, alcune del tutto naufragate. Il governo appeso quotidianamente agli umori di personaggi improbabili. L’attività legislativa di fatto inceppata. Le pagine sui giornali piene di sottilissime distinzioni tra una componente e l’altra del gruppo misto. Il logoramento inesorabile dell’approvazione degli elettori.

Come se questo circo non fosse già abbastanza, Berlusconi si trova da giorni costretto a promettere e realizzare un sostanziale e cospicuo allargamento di questa maggioranza, pena la rovinosa fine del suo governo. Da qui, quindi, i vari pubblici corteggiamenti all’UdC e i privati tentativi di convincere un gruppetto di parlamentari centristi a passare al centrodestra, magari formando una nuova ennesima estemporanea componente parlamentare. Sia che ci riesca sia che non ci riesca, la strada è ineluttabilmente segnata.